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Università: le risorse per i giovani ricercatori? Dai docenti 70enni… se rinunciano a restare oltre la pensione

UNIVERSITAA casa i 70enni, dentro i giovani: è la sintesi dell’ultima esternazione del docente di chimica e pro-rettore dell’ateneo di Bologna, Dario Braga, “potrebbero essere proprio loro, i colleghi che vanno in pensione, i primi finanziatori dei dottorati di ricerca”, spiega lo stesso Braga che ha assunto il particolare ruolo di “tutor” della ricerca, ai vertici dell’università bolognese (è la prima volta che viene istituita questa funzione nello storia dell’Alma Mater). L’invito, non certo velato, fatto da Braga ai colleghi docenti più anziani, tra i 65 ed i 70 anni, di rinunciare alla facoltà di rimanere in servizio per altri due anni, ha evidentemente lo scopo di liberare risorse economiche in favore dei più giovani ricercatori. Un invito che però cozza contro la realtà dei numerosi ricorsi amministrativi fatti dagli stessi “seniores” dell’ateneo per rimanere in carica anche dopo il pensionamento.
“Se i docenti settantenni rinunciassero al mantenimento in servizio, il problema dei dottorati sarebbe in buona parte risolto”, “Non possiamo avere migliaia di laureati e appena duecento borse di dottorato”, aggiunge Braga, che lancia anche l’idea di istituzionalizzare comunque la figura di un “docente senior”, in pensione, ma ancora a disposizione dell’ateneo, con un regolamento condiviso e trasparente, e naturalmente con meno oneri a carico dell’ateneo.
Il senso dei “maestri” di un tempo, in fondo, era proprio questo, “preparare l’allievo a succedergli”, trasmettere la propria sapienza perché il ciclo vitale del sapere potesse rinnovarsi generazione dopo generazione. Inoltre è provato che esiste un ciclo biologico ed energetico che favorisce l’innovazione e nuove scoperte nella fase più giovanile dell’attività scientifica. Poi, da ricercatori di frontiera, si tende a diventare più analizzatori e teorizzatori. Pur con infinite eccezioni, sembra esattamente questo il ciclo esistenziale dell’intelligenza umana. Un ritmo ternario (imparare, esplicitare, sedimentare) codificato fin dall’antichità nei miti delle (tre) grazie, delle (tre) moire, delle (tre per tre) muse…
Ma il ragionamento del prof. Braga è tutt’altro che esoterico, anzi estremamente pratico: con i tagli al bilancio imposti da governo, non ci sono abbastanza soldi per offrire più posti di ricercatore. Già l’anno scorso è stato scongiurato un crollo della ricerca “salvando” 84 borse da ricercatore con un fondo straordinario di circa 4 milioni; ma si tratta di un intervento per l’appunto “straordinario”, quindi irripetibile. Le borse sono già scese da 289 dell’anno prima, a 240. Abbassare ulteriormente questa soglia, che andrebbe anzi risollevata, significa anche perdere “appeal” e prestigio a livello internazionale, dove le Università si confrontano appunto con le potenzialità e le condizioni della ricerca che può essere svolta al loro interno.
Certo di questi tempi (difficile sperare nell’allargamento di cordoni economici dall’alto) l’Università dovrà razionalizzare moltissimo il suo funzionamento. Dario Braga annuncia un nuovo regolamento per i ricercatori a tempo pieni, ed anche una nuova figura di “professore di ricerca pro-tempore”, che possa essere “compensato” in tempo, anziché in denaro, esonerando i docenti che si impegnano in progetti di ricerca di eccellenza dalle incombenze didattiche per il tempo necessario. Anche dagli studenti potrebbero venire contributi più significativi, valorizzando maggiormente le tesi di ricerca. Questa la linea del nuovo pro-rettore “condivida dal rettore”, assicura lo stesso Braga.


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