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Un astrofisico bolognese “là dove nessun occhio umano è mai giunto prima”

Il satellite europeo Planck sta "zoomando" alle origini dell'Universo. Reno Mandolesi (Inaf-Iasf) fra i responsabili scientifici della ricerca

C’è uno scienziato bolognese, Reno Mandolesi (originario di San Benedetto del Tronto), direttore dell’Istituto di Astrofisica Spaziale e Fisica Cosmica (Inaf-Iasf) di Bologna, nell’equipe che sta svelando la mappa più dettagliata di tutti i tempi dell’Universo, così come si presentava poco dopo il fatidico Big Bang.

La mappa nasce dalla potenza degli strumenti collocati a bordo del satellite Planck lanciato dall’Ente Spaziale Europeo il 14 Maggio 2009; destinazione il punto lagrangiano 2 (punto di equilibrio gravitazionale) a 1,5 milioni di chilometri dalla Terra, in direzione opposta al Sole.

Uno di questi strumenti, il Low Frequency Instrument, è gestito appunto dall’astrofisico bolognese.

Nel sito che segue passo a passo l’esplorazione di “Planck”, il satellite europeo è descritto come uno strumento scientifico “pensato per guardare l’alba del tempo, per scoprire come è nato l’universo, di che cosa è fatto e quale fine lo attende…“.

Il satellite Planck, ad un anno di distanza dal lancio, comincia ora a fornire i primi esaltanti risultati.

I suoi sensori, fra i più sofisticati e potenti mai mandati in orbita dall’uomo, hanno cominciato a “zoomare” immagini a ritroso nel tempo di milioni di anni luce, scoprendo scenari del tutto inediti del cosmo, così come doveva essere alle sue origini: “Abbiamo realizzato un quadro del cosmo con ben nove frequenze diverse, da 30 ad 857 Ghz, raccogliendo in dettaglio indizi e aspetti che prima apparivano solo come piccole tessere del grande puzzle celeste – ha dichiarato al Corriere della Sera lo stesso Mandolesi – I rilevatori del satellite Planck ci hanno mostrato regioni importanti come la nebulosa di Orione dove nascono stelle in continuazione, estesi ammassi galattici, evidenziando i particolari della vicina galassia di Andromeda cara alla fantascienza, oppure le nubi di Magellano; insomma scrutiamo un insieme di panorami mai scandagliati prima con queste frequenze; così abbiamo visto, ad esempio come dal piano della nostra isola stellare, la Via Lattea, si estendono polveri ben oltre quanto immaginavamo”.

L’obiettivo principale della missione Planck è comunque quello di svelare uno dei più grandi misteri cosmici dell’astronomia delle origini: cioè quello di sondare approfonditamente la cosiddetta “energia oscura” che costituisce il 73% dell’Universo. “Non riusciremo a identificarne la natura, ma saremo in grado di valutare la sua presenza ed i suoi effetti di accelerazione come mai era stato possibile prima”, sostiene lo scienziato bolognese, che aggiunge “Vogliamo capire se il campo di energia che, dopo il Big Bang, ha creato quell’espansione durante la quale sarebbero nate le particelle atomiche elementari, tra cui il famoso bosone di Higgs, cioè la cosiddetta particella di Dio, da cui dipende la massa delle altre particelle e dunque di tutte le cose, sia lo stesso che Planck può osservare oggi. Se così fosse il satellite potrà definire con la grande accuratezza la massa del bosone a cui i fisici del Cern di Ginevra stanno dando la caccia con il nuovo super-acceleratore Lhc; in secondo luogo il satellite europeo potrà misurare con un’accuratezza molto superiore a quella fornita dai precedenti satelliti americani, Cobe e Wmap, il livello di radiazione del fondo cosmico; questo consentirà di vedere nitidamente cioè che finora era solo una fotografia offuscata”.

Si annunciano quindi dallo spazio, ed anche da Bologna, scoperte inaspettate sulla fisica cosmica delle origini, con la possibilità di riscrivere diverse pagine delle leggi fisiche dell’universo finora postulate.

Per le precedenti osservazioni fatte dal satellite americano Cobe, alla fine degli anni Ottanta e nei primi anni Novanta, con strumenti molto più approssimativi del satellite europeo Planck, gli studiosi americani George Smoote e John Mather, ottennero allora il Premio Nobel per la Fisica.

Lo stesso Corriere della Sera riportando la notizia dei primi risultati offerti dalla straordinaria potenza di Planck, lascia intendere che l’astrofisica europea, e quella bolognese in particolare, non sarebbero certo da meno.

A bordo di Planck c’è anche un altro importante strumento tutto italiano: un supertermometro – IFI – sensibile al milionesimo di grado.

Planck sta rendendo possibile il sogno di racchiudere in un’unica mappa l’intera storia dell’Universo. In primo piano appaiono gas e polveri cosmiche della Via Lattea, mentre sullo sfondo emergono le radiazioni oscure provenienti da 14 miliardi di anni fa, quando l’Universo era appena stato partorito dal Big Bang e brillavano le primissime stelle. Immagini che nessun uomo ha ancora mai potuto non solo vedere, ma nemmeno immaginare. Almeno fino ad ora, fino alle zoomate dei sensori di Planck.


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