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Trionfi azzurri: 1934, il primo Mondiale della Nazionale

1932: la FIFA, a scapito di Svezia e Francia, decide di affidare all’Italia l’organizzazione della seconda edizione dei campionati Mondiali: per il regima fascista e in particolare per Benito Mussolini un’occasione assolutamente da non perdere. In un paese ancora di chiaro stampo campanilistico, il calcio rappresentava una via per favorire lo spirito di unità nazionale e, allo stesso tempo, un mezzo per propagandare la forza del governo. A tali fini, tutto doveva essere pianificato e progettato minuziosamente, e poco importava se bisognava sostenere spese folli. Vennero, infatti, potenziate le infrastrutture e creati imponenti impianti sportivi, all’epoca secondi solo a quelli inglesi. Per la Nazionale italiana, dopo aver disertato la prima edizione del 1930 in Uruguay, si tratta del debutto assoluto, ma l’obiettivo è quello di essere dal principio protagonisti. Squadra dunque in mano al Commissario Tecnico Vittorio Pozzo, grande motivatore e ancora oggi ritenuto come uno dei più grandi allenatori nella storia del nostro calcio. Fu lui il primo ad adottare il sistema, oggi usuale, dei “ritiri” e anche il primo ad aver ricevuto critiche in merito alla convocazione di giocatori oriundi. Considerando che gli stessi prestarono servizio nell’esercito del Belpaese, “il tenente” si difese così: “Se possono morire per l’Italia, possono anche giocare per l’Italia”.

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27 maggio, 1934, Roma, Stadio del Partito Nazionale Fascista. Gli azzurri sono attesi agli ottavi di finale dalla formazione degli Stati Uniti, ma l’impegno non comporta particolare fatica: nei 90 minuti festeggiano solo i tifosi di casa, in delirio per la tripletta di Schiavio, la doppietta di Orsi e per due colpi di testa, firmati Ferrari e Meazza: risultato finale 7 -1.

31 maggio, Firenze, Stadio Comunale. Ai quarti di finale, l’Italia deve fare i conti con un avversario ben più temibile: la Spagna del portiere Zamora. Meazza e compagni partono bene, ma a passare in vantaggio sono gli iberici con Regueiro. Il pareggio è firmato Ferrari, che buca Zamora grazie anche al disturbo, sullo stesso, da parte di Schiavio, non ravvisato dall’arbitro. Nemmeno i tempi supplementari servono a sbloccare l’incontro e, in assenza dei calci di rigore, la gara viene rigiocata. Appena 24 ore dopo, con entrambe le squadre enormemente provate dalla fatica, a spuntarla è l’Italia, grazie al gol di Giuseppe Meazza. La Spagna reclama per una rete annullata e iniziano a sorgere i primi pensieri sul presunto favoritismo nei confronti degli azzurri.

3 giugno, Milano, stadio San Siro. Pozzo deve vedersela in semifinale con l’amico Hugo Meisl, tecnico dell’Austria, rimasto colpito da quanto accaduto ai quarti con la Spagna. “Temo l’Italia, ma temo molto di più l’arbitro” dichiara prima dell’inizio dell’incontro e, forse, non aveva tutti i torti. Nel primo tempo, Meazza si scontra con il portiere Platzer. Per il direttore di gara non c’è nulla ed Henrique segna il gol che vale la finale.

10 giugno, Roma, Stadio del Partito Nazionale Fascista. Sugli spalti 50.000 spettatori: è l’ora della verità. La coppa Rimet è a un passo, ma bisogna fare i conti con la quotata Cecoslovacchia. Le speranze del Duce vengono spente da Antonín Puč al 71esimo, ma dieci minuti più tardi Orsi le riaccende, agguantando il pari. I supplementari sorridono all’Italia, quando Schiavio segna la rete che vale il titolo di campioni del mondo e l’inizio della gloriosa storia della Nazionale italiana.


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