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Tagliaventi: “Ristrutturare il Dall’Ara porterebbe vantaggi a tutti e renderebbe Bologna all’avanguardia con la sua città dello sport”

Intervista esclusiva di Ugo Mencherini e Vittorio Longo Vaschetto al professor Gabriele Tagliaventi (Università di Ferrara) autore, insieme alla professoressa Chiara Alvisi (Università di Bologna), del progetto per la riqualificazione del Dall’Ara nel corso della trasmissione “Tempi Supplementari” (Telecentro-OdeonTv)

Professor Tagliaventi, com’è nato il vostro progetto e qual è lo stato attuale dell’iniziativa?

Il progetto nasce tempo fa, nel 2009, quando in Santa Lucia lo presentammo come alternativa alla possibilità che Bologna emigrasse. Lo abbiamo presentato perché in città si prendesse coscienza che, anziché costruire un nuovo stadio fuori da Bologna, il nuovo stadio del Bologna potesse essere quello storico, il Renato Dall’Ara. La società ha nel frattempo cambiato varie proprietà, ad alcune delle quali il progetto è stato presentato. Così come è stato presentato anche al Comune, nella persona dell’assessore Luca Rizzo Nervo e alla Provincia, nella persona dell’assessore Marco Pondrelli. Aspettiamo che la società e la proprietà attuali ne prendano visione.

Il vostro non è un progetto così invasivo come quello che comporterebbe la realizzazione di una struttura ex novo in un altro contesto?

L’idea della ristrutturazione del Dall’Ara parte dal fatto che è facile farlo, perché non c’è niente da demolire. Capita a Bologna e in poche altre città che ci siano 13 ettari praticamente vuoti nel centro città, in un’area urbana di prevalenza pubblica e su queste aree è possibile costruire un vero e proprio distretto sportivo come si sta facendo in tutta Europa e soprattutto negli Stati Uniti. In certi casi ci sono strutture che sembrano veri e propri ‘ufo’ calati dall’alto nelle periferie o nelle cittadine di provincia attorno alle città principali: un esempio potrebbe essere il San Nicola. Sono state distrutte le campagne attirando una quantità enorme di traffico, salvo poi lamentarsi dell’aumento dell’inquinamento.

Questa è invece un’idea completamente opposta. In America si è tornati a una soluzione più ecologica: riportare gli stadi addirittura in centro. Loro, che negli anni ’60 e ’70 erano stati i primi a tentare la strada degli ‘ufo’, oggi concepiscono lo stadio come parte di una riqualificazione della città. Esempi possono essere New York e Detroit, che ha costruito lo stadio nel centro della città.

L’opera di restyling in sé sarebbe quindi facile. Qual è, allora, la parte più difficile?

Non è mai facile mettere d’accordo tutte le esigenze: ma in questo caso saremmo fortunati perché è un sistema in cui, all’americana, si dice che tutti vincono. Bisogna cercare di creare le condizioni per cui tutti i vari soggetti possono ricevere benefici dall’operazione. Il beneficio dell’ente pubblico è evidente: un terreno per cui può capitalizzare e ottenere delle risorse da impiegare in altre operazioni per la collettività. La società avrebbe l’operazione praticamente costruita per valorizzare sia l’immobile sia la società intesa come Bologna calcio. Il profitto del promotore sarebbe alto, con le quantità da concordare ovviamente con l’ente pubblico. Il quartiere e i cittadini vedrebbero la loro area completamente ristrutturata, valorizzata e riqualificata e alla fine il Comune di Bologna, inteso come ente in cui si realizza l’operazione, avrebbe più tasse, più cittadini, più contributi. Ci sarebbero vantaggi per tutti: a quel punto ci sarebbe soltanto la discussione delle quote.

Tra gli aspetti chiave del vostro progetto c’è quello che si dà quasi per scontato l’utilizzo dei mezzi pubblici per andare allo stadio.

Normalmente oggi si cerca di far si che una nuova struttura sportiva che attiva 40-50 mila persone sia localizzata in corrispondenza di fermate di un sistema di trasporto pubblico primario: metropolitana, tram o una rete di autobus. Questo fa si che il sistema sia sostenibile. Incentivare la presenza di stadi all’interno della città è un’operazione che va in parallelo con la pianificazione del trasporto pubblico: non si fa l’uno senza l’altro. Al tifoso va lasciata la libertà su quale mezzo scegliere, ma quando diventa facile prendere il mezzo pubblico per andare allo stadio, se non addirittura andarci a piedi, si scopre il vantaggio e il sistema va avanti da sé senza coercizioni. L’importante è che esista una pianificazione che faccia sì che la struttura dei trasporti e quella sportiva siano pensate nello stesso momento.

Negli ultimi anni, cosa è cambiato dal punto di vista dei contatti con le istituzioni?

Gli sviluppi con le istituzioni sono stati molto positivi, sia con la Provincia che con il Comune di Bologna. Penso che si possa essere ottimisti, e io lo sono anche per quanto riguarda la società, perché penso che l’intelligenza dell’operazione sia evidente, nel momento in cui la si studia. Certo il momento generale non è di massima prosperità economica, ma proprio in momenti di crisi ci possono essere le opportunità per rinascere. Facevo prima l’esempio di Detroit, che ha fatto una scelta importante per la rinascita della città: portare lo stadio in centro. In questo modo la città si valorizza, ci sono nuove entrate e ci sono quartieri che possono integrarsi con il nuovo stadio. E’ la stessa operazione che proponiamo qui: valorizziamo ciò che esiste, utilizziamo tutte le infrastrutture esistenti, riqualifichiamo il quartiere e anche se il momento è di crisi, questa diventa l’opportunità per rinascere e fare un’operazione che inverta la tendenza. Invece che continuare a scendere, proviamo a salire di livello e avviare un vero sviluppo.

La società sta facendo orecchie da mercante: quanto incide, in questo, il fatto che il presidente Guaraldi è un costruttore edile?

Penso che non sia influente e che la questione sia legata una crisi nella quale bisogna avere un po’ di coraggio e non badare alle notizie che si leggono e pensare che tra dieci anni Bologna sarà ancora lì: c’è da pensare al futuro della città.

In caso di stadio nuovo, cosa capiterebbe al Dall’Ara una volta abbandonato?

I film di fantascienza dimostrano quando parti di città vengono abbandonate: desolazione e un costo per la città.

Sarebbe possibile andare avanti solo con l’appoggio politico, senza quello della società?

E’ facile montare l’operazione, bisogna avere il coraggio imprenditoriale e le larghe vedute dello statista e del politico. Costruire un quartiere attorno al Dall’Ara genera le risorse per la ristrutturazione e il profitto.

Se il Comune vendesse le aree edificabili, ad esempio, tra i 500 e i 1000 euro al metro quadrato, genererebbe un profitto, per il solo Comune, tra i 50 e i 100 milioni di euro. Il profitto generale dell’operazione sarebbe sui 200 milioni di euro, e di questi una parte, magari tra gli 80 e i 100, sarebbe destinata alla ristrutturazione del Dall’Ara. In questa situazione tutti vincerebbero, poi quello che si fa a Bologna non si può fare in tutte le città, perché non tutte hanno queste aree disponibili.

Quali sono i punti di forza del vostro progetto?

Costruire un quartiere nel quale ci sono tante funzioni: quelle sportive, le club house, il museo del Bologna. Ma anche appartamenti e residenze per portare nuovi cittadini o permettere ai giovani di continuare ad abitare questa città. Questo è un vantaggio per i cittadini, ma anche rendere l’operazione economicamente sostenibile. L’idea di costruire un vero e propri quartiere multifunzionale, è quella seguita in quasi tutte le città europee ed americane.


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Matteo Fogacci

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