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Napolitano a Forlì e Ravenna: rievocati il Risorgimento e la lotta al terrorismo

IN ENTRAMBI I CASI FU LO SPIRITO UNITARIO A PREVALERE

Da Reggio Emilia alla Romagna. Napolitano continua il suo viaggio risorgimentale nella nostra regione, per dare corso alle celebrazioni del 150simo anniversario dell’Unità d’Italia, celebrazioni che tocca proprio all’Emilia Romagna inaugurare. Le tappe di questo viaggio – ieri Reggio, oggi Forlì e Ravenna– sono state contraddistinte non solo da citazioni e rievocazioni storiche, ma anche da puntuali dichiarazioni dello stesso Napolitano, dichiarazioni sempre di carattere e stile istituzionale, ma non certo prive di spunti politici di attualità. Anzi, tramite la stampa che segue la visita ufficiale del Capo dello Stato in Emilia Romagna, si è creato nelle ultime ore un vero e proprio ping pong mediatico fra il Quirinale e la politica (senza che nessuno degli interlocutori si sia mai rivolto direttamente all’altro… un ping pong interamente creato dai giornali, ma sulla base di parole e concetti realmente esplicitati dai protagonisti).
Prima battuta del Presidente della Repubblica (ieri a Reggio Emilia): “Chi ha responsabilità di governo ha il dovere di rispettare la bandiera tricolore e di non sottrarsi all’impegno per festeggiare questo importante anniversario della nazionale”. Replica del leader leghista Bossi, apparso a tutti il principale destinatario del monito di Napolitano: “Festa la faremo solo dopo l’approvazione del federalismo”.
Seconda battuta del presidente (oggi a Forlì): “Le città del Nord imparino a riconoscere le proprie radici nella storia della nazione, e come sono diventate italiane”. Nuova replica di Bossi: “Senza federalismo 150 anni sono passati invano. L’unità d’Italia con il centralismo romano non va bene”.
In serata Napolitano, giunto a Ravenna, ha riservato un altro appello indiretto (fuori programma e da ogni ufficialità) al governo, sull’estradizione del terrorista Battisti negata dal Brasile: “E’ mancato qualcosa alla politica ed alla cultura italiane per far comprendere anche a Paesi amici cosa è stato e cosa ha rappresentato per il nostri paese il terrorismo degli Anni Settanta”. Replica indiretta del ministro degli esteri Frattini nel programma televisivo “Che tempo che fa”: “L’estradizione negata da Lula è stata la brutta fine del mandato di un bravissimo presidente dettata da motivazioni ideologiche. In questi tempi avremmo dovuto approvate un importante accordo di collaborazione militare fra Brasile ed Italia, ma in questo clima la ratifica del Parlamento verrà sospesa, non cancellata, fino a Febbraio quando si conoscerà il pronunciamento definitivo del Supremo Tribunale brasiliano sulla consegna di Battisti alla giustizia italiana”.
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Fin qui l’attualità politica della visita ufficiale del Capo dello Stato a Forlì e Ravenna. La parte storica non è stata certo di minor incisività. Anzi la presenza del Capo dello Stato ha coinciso con importanti prolusioni sulla riscoperta di storie e personaggi che hanno dato speso la propria vita per cambiare la storia del nostro paese, per dargli dignità nazionale.
Si è cominciato, a Forlì, con l’omaggio al monumento di Aurelio Saffi, patriota nativo di Forlì, protagonista della coraggiosa vicenda della Repubblica Romana; si è poi proseguito al Teatro Fabbri con la straordinaria lezione-rappresentazione del sindaco Roberto Balzani, storico di professione, coadiuvato dall’attore Denio Derni e da suggestive proiezioni su un maxischermo, che ha ricordato “Come fu che la Romagna divenne italiana” (questo il titolo ufficiale del suo intervento).
Balzani, con una narrazione appassionata, ha ricordato figure di patrioti romagnoli su cui in questi 150 anni è scesa forse un po’ troppa polvere della storia, polvere che questo evento è servito a diradare. Personaggi come Giovita Lazzarni, Leonida Montanari, Primo Uccellini, Giacomo Manzoni, Felice Orsini (“l’aspetto fanatico e violento che accompagna ogni rivoluzione”), Luigi Carlo Farini, e perfino il mitico Passatore (“forse uno psicopatico”). E tanti altri.
In precedenza, prima che cominciasse l’escursione storica del sindaco, era stato il presidente della provincia di Forlì-Cesena, Massimo Bulbi, a rivolgere il primo saluto ufficiale al capo dello stato, ricordando l’evoluzione sociale ed economica di questo territorio, evoluzione basata sul buon “gioco di squadra” fra i diversi soggetti e le diverse responsabilità, e su eccellenze dalle radici antiche.
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Alla fine dello show storico di Balzani gli studenti del liceo musicale Angelo Masini di Forlì hanno intonato l’Inno di Mameli. Il primo a scattare in piedi è stato proprio il Capo dello Stato, seguito da tutto il pubblico – cittadini e autorità – del teatro. Ed è stata questa l’immagine suggestiva che ha praticamente siglato la visita ufficiale del presidente alla città di Forlì. Un’aria di festa patriottica che lo stesso sindaco ha promesso di perpetuare, ripristinando la tradizione dei pranzi risorgimentali in piazza Saffi, pranzi per migliaia di cittadini, appositamente sorteggiati. Anche così l’Italia di allora seppe creare spirito di uguaglianza e di unità.
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Da Forlì, Napolitano si è quindi trasferito nella vicina Ravenna, dove è stato accolto con altrettanto calore e partecipazione. Anche qui, dove riposano le spoglie di Dante Alighieri, la presenza del capo della stato era legata alle celebrazioni del 150simo anniversario dell’Unità d’Italia, ma la cerimonia ravennate ha virato su un particolare momento storico, a noi più vicino, che mise a dura prova lo spirito unitario della nazionale, ma alla fine riuscì a temprarlo di nuovo. L’allusione è agli anni del terrorismo durante la prima repubblica. Gli Anni Settanta, i tristemente famosi “anni di piombo”. E’ stato Sergio Zavoli a rievocare quell’oscuro periodo della nostra storia, ricordando due personaggi ravennati che nonostante le accese divergenze politiche fra di loro, e gli orientamenti ideologici diametralmente opposti, seppero essere comunque amici, e contribuire insieme a superare l’insidia del terrorismo: il comunista Arrigo Boldrini ed il democristiano Benigno Zaccagnini. Anche Napolitano ha preso spunto da queste due figure, per sottolineare l’esempio di amicizia fra persone politicamente così distanti, e la loro capacità di coesione nella lotta al nazifascismo prima, ed ai rischi dell’attacco terroristico alla repubblica poi: “Rischio che esiste ed è grave. Forse è mancato qualcosa nella nostra cultura e nella politica per far comprendere alle nuove generazioni cosa accadde davvero in quegli anni tormentosi, gli anni del terrore culminato nel sequestro Moro; non siamo riusciti a far comprendere anche all’estero quale forza straordinaria sia servita per battere il terrorismo”. In fondo, lascia intendere Napolitano, se Francia e Brasile non hanno riconsegnato alla nostra giustizia un criminale terrorista di quei tempi come Battisti, è anche un po’ colpa nostra.
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