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Bologna: sanità; morì al Maggiore, per la consulenza si sarebbe potuta salvare

”Si puo’ affermare in termini di elevata’ probabilita’ che l’effettuazione dei necessari approfondimenti diagnostici avrebbe permesso un trattamento chirurgico piu’ tempestivo, aumentando, in maniera considerevole, la possibilita’ di sopravvivenza della signora Mainetti. Tali possibilita’ di sopravvivenza, pur molto elevate, non possono tuttavia essere espresse in termini di assoluta certezza””. E’ quanto scrivono i medici Alberto Neri e Matteo Tudini nella consulenza tecnica medico legale di cui sono stati incaricati dal Pm Rossella Poggioli sulla morte di Loredana Mainetti, 59 anni, avvenuta il 25 settembre alla gastroenterologia dell’Ospedale Maggiore di Bologna, dopo un intervento chirurgico per l’asportazione di un polipo al duodeno fatto il 22. Loredana Mainetti venne poi sottoposta il 23 ad un intervento di urgenza, e mori’ di setticemia il 25. Sul registro degli indagati vennero iscritti i nomi di 13 medici, tutti quelli che si occuparono di Loredana Mainetti, compresi il primario di gastroenterologia, D’Imperio, e il medico che fece l’intervento, Paola Billi. L’ipotesi e’ omicidio colposo. Per la consulenza ”il comportamento dei sanitari di gastroenterologia che ebbero in cura la Mainetti dalle 10.30 del 22 alle 3 del 23 non e’ da ritenersi in linea con quelle che sono le indicazioni della legge dell’arte medica”. Secondo i due consulenti, Mainetti e’ morta in seguito a ”complicanze insorte per la perforazione duodenale avvenuta dopo l’asportazione endoscopica di un polipo”. L’esecuzione dell’intervento in endoscopia – per la consulenza – ”e’ consigliabile solo in Centri ad alta specializzazione, che abbiano conseguito buona esperienza in questo intervento proprio per l’alta possibilita’ di complicanze. Quanto all’unita’ operativa gastroenterologia dell’Ospedale Maggiore, rileviamo, dai documenti a noi forniti, che in tale sede risulterebbero eseguiti solo pochissimi interventi di polipoctemia duodenale a fronte delle centinaia di polipectomie sul colon”. E la dottoressa Billi al momento dell’effettuazione della polipectomia duodenale sarebbe stata, da quanto sembra – riferiscono i consulenti – ”alla prima esperienza in questo distretto; a seguito dell’intervento sono state realizzate due perforazioni, fatto che induce ad esprimere qualche perplessita’ sul’adeguatezza dell’effettuazione della manovra stessa”. Visto che la perforazione e’ una complicanza ampiamente descritta dell’intervento, – osservano i consulenti – questa deve essere riconosciuta precocemente: ”certamente la dottoressa Billi non si e’ avveduta delle seconda lesione sul duodeno che ha dato esito di perforazione”. E nella fase post operatoria ”l’intenso dolore e l’enfisema al collo” avrebbe dovuto indurre alla prescrizione di accertamenti strumentali, come aveva anche consigliato l’anestesista (”il cui comportamento va ritenuto adeguato”). Secondo la ricostruzione dei consulenti la dottoressa Billi ha visitato la paziente alle 13 e pur in presenza dell’enfisema, del dolore e delle difficolta’ respiratorie ”non ha ritenuto opportuno eseguire alcun accertamento aggiuntivo, disattendendo i suggerimenti dell’anestesista”. L’atteggiamento tenuto ”non e’ da considerarsi in linea con quelle che sono le indicazioni della legge dell’arte medica”. E fra le 13 e le 19.30 le prove testimoniali, pur in assenza di indicazioni in cartella, ”hanno posto in evidenza che piu’ medici, compreso il Primario, avrebbero visitato la paziente”. Gli accertamenti pero’ sono cominciati a partire dalle 3 del giorno seguente, quando il medico di guardia interdivisionale contatto’ il medico reperibile e quest’ultimo il chirurgo. Venne cosi’ fatto un intervento di doppio drenaggio toracico e sutura della doppia lacerazione. ”L’intervento risultera’ tardivo in quanto si era gia’ instaurata la setticemia che condurra’ a morte la paziente”. In base alla sintomatologia – per i consulenti – sarebbe stato doveroso fare la radiografia del torace fin dalle prime ore del postoperatorio. ”Con alta probabilita’ il pneumotorace era gia’ in atto e un trattamento precoce avrebbe certamente ridotto la contaminazione batterica con minore possibilita’ di instaurarsi della setticemia”. Inoltre il perdurare del dolore – sempre in base alla consulenza – avrebbe dovuto indurre i medici a richiedere non piu’ tardi delle 16-17 un semplice esame radiologico dell’addome a vuoto. ”Una diagnosi e un trattamento effettuati in tempi congrui avrebbero ridotto la progressione dello stato infettivo e quindi aumentato in modo ragguardevole la possibilita’ di sopravvivenza. Gli accertamenti avrebbero dovuto eseguirsi entro le 20 del 22 settembre 2010”. ”Alla luce di quanto analizzato – e’ la conseguenza – il comportamento dei sanitari di gastroenterologia che ebbero in cura la Mainetti dalle 10.30 del 22 alle 3 del 23 non e’ da ritenersi in linea con quelle che sono le indicazioni della legge dell’arte medica”. ”Esente da critiche” invece il comportamento dei due medici che intervennero dalle 3. E l’intervento chirurgico di preparazione delle perforazioni duodenali venne eseguito in forma ”assolutamente adeguata e conforme allo stato dell’arte”. Quando la paziente e’ arrivata in terapia intensiva ormai la situazione era compromessa definitivamente, ”e non si e’ potuto evitare in alcun modo il decesso”.

Fonte Ansa


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