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Ha chiuso i conti con il Bologna, ma non con la giustizia: Porcedda indagato per appropriazione indebita

Sergio Porcedda, contestatissimo ex presidente del Bologna FC, come si sa ha chiuso i conti con la società di calcio, ma non del tutto con la giustizia. La Procura di Bologna l’ha infatti indagato per appropriazione indebita. Nell’avviso di garanzia che gli è stato notificato si legge che l’ipotesi di reato sarebbe per giunta aggravata dall’entità della somma: 3 milioni di euro, quelli che secondo l’accusa egli stesso avrebbe sottratto alle casse del Bologna Calcio per trasferirli sui conti di una sua società personale, la Asf, società che l’imprenditore sardo controlla all’80 per cento.

Il passaggio del danaro sarebbe avvenuto nel Luglio scorso, quando già si profilavano all’orizzonte i problemi economici del Bologna FC. Con quei soldi si sarebbero potuti pagare ad esempio gli stipendi dei giocatori ed evitare i successivi punti di penalizzazione. Ma Porcedda forse allora pensava già più a salvare se stesso e le sue attività che il Bologna.

La somma dirottata dalle casse della società calcistica sarebbe comunque stata reintegrata al momento dell’accordo definitivo per la cessione dello stesso Bologna alla cordata di Consorte e Zanetti, sotto forma di beni immobili, come era stato pattuito fra le parti nel corso di una lunga ed estenuante trattativa.

Dunque Porcedda non avrebbe più conti in sospeso con il Bologna e la sua nuova proprietà, ma i magistrati, in questo caso il procuratore aggiunto Valter Giovannini ed il pm Claudio Santangelo ci vogliono vedere comunque chiaro, soprattutto per valutare la liceità e la correttezza delle modalità con cui è stata compiuta a suo tempo da Porcedda l’operazione di “travaso” economico (3 milioni di euro, non certo brustolini).

Certo il signor Sergio Porcedda – che da quando è scoppiato il “caso Bologna Calcio” ha evitato in tutti i modi di farsi vedere da queste parti (per trattare e ottenere le sue firme di cessione è stato necessario raggiungerlo in Sardegna) – ora avrà comunque l’obbligo ed il fastidio di ritornare ancora una volta a Bologna, anche se non dovrà più parcheggiare vicino alla Stadio né al Centro di Casteldebole, ma piuttosto nei pressi del Tribunale per rispondere alle domande dei magistrati che lo stanno indagando.

Ieri è toccato farlo a Silvino Marras, attuale amministratore del Bologna, interrogato, per ben tre ore, dal procuratore Giovannini e dal pm Santangelo.
Uscendo Marras ha naturalmente trovato ad attenderlo i giornalisti, ai quali ha detto di sentirsi comunque sereno. Ciò di cui ha riferito ai giudici non sarebbero altro, secondo lui, che “rimasugli delle vecchie vicende del Bologna Football Club”. I giornalisti gli hanno chiesto anche se ha avuto altri colloqui recenti con Porcedda, e Marras si è limitato a dire che quest’ultimo gli avrebbe esternato solamente la propria delusione per non essere riuscito a realizzare il suo progetto per il Bologna.

Certo, per comprendere fino in fondo la parabola bolognese di Porcedda, oltre al lavoro dei magistrati, ci sarebbe bisogno anche di quello di un bravo psicologo, almeno per comprendere cosa può avere indotto un imprenditore ad esporsi pubblicamente come ha fatto lui, mangiandosi la faccia di fronte ad un’intera città, sopravvalutando, al limite del bluff, la propria capacità economica di reggere la parte.

Anche se si fosse trattato di una scommessa da avventuriero, ci sono certamente modi più discreti e meno “sotto i riflettori” per tentare la sorte. Acquistare una squadra di calcio, di serie A, di una città come Bologna, significa andare sui giornali tutti i giorni, significa essere costantemente sotto la lente d’ingrandimento della stampa e delle Tv, e nel mirino dei tifosi. Se non si ha la caratura economica – e la volontà – di andare fino in fondo, investire nel calcio, in una situazione delicata come era quella del Bologna, è un po’ come tirarsi la zappa sui piedi.
“Chi gliel’ha fatto fare?”, forse glielo chiederanno incuriositi anche i magistrati.
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