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Eppure convivono da secoli: Emilia e Romagna, meglio single?

Riceviamo e pubblichiamo un interessante intervento di [email protected]
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«Le otto città dell’Emilia sono tre: Bologna e Ferrara…». Così cominciai il mio pezzo quando a metà anni Settanta il Corriere di Giovanni Spadolini sguinzagliò i suoi giornalisti per tracciare una «Carta delle regioni», e a me toccò l’ Emilia (insieme ad altri colleghi, fra cui Egisto Corradi, Paolo Monelli e Max David). E per spiegare quel rebus bislacco aggiunsi: «A completare l’ Emilia ci sarebbe anche Piacenza, se non stramazzasse addosso alla Lombardia e non sognasse una micro regione magari chiamata Emiliardia. E poi ci sarebbe Parma ducale se non volesse annettersi La Spezia e proclamare la Lunigiana. E ci sarebbero Forlì e Ravenna che però stanno in Romagna e laggiù fanno dibattiti per stabilire se l’ Emilia è una Romagna di serie B o un paese decisamente estero. E ci sarebbero Modena e Reggio che, visto l’ andazzo, forse pensano a un neo-ducato del Grana e del Lambrusco. Resta dunque Ferrara che dopo gli Estensi e il boom delle mele è in decadenza e non potendo gravitare da nessuna parte si aggrappa a Bologna».
Poi osservai come la notizia che aveva maggiormente rallegrato le città emiliane era che un super rapido andasse da Milano a Roma senza fermarsi a Bologna. Non che ce l’ avessero con la città della Garisenda: il fatto era che in questa regione dai tecnocrati definita «policentrica», ogni sindaco con mille abitanti dichiarava fra gli applausi che l’ asse Roma-Amburgo, o Roma-Monaco, o Roma-Copenaghen passava per la piazza del paese e che quindi Roccadisopra o Roccadisotto erano il baricentro di un nuovo equilibrio europeo.
Ignoro se all’epoca i leghisti ispiratori della Romagna libera, fossero già al mondo: in tal caso avrei fornito loro utili elementi per ulteriori proposte di autonomie locali. E tuttavia qualche idea gliela posso dare anche oggi. Ho bazzicato a lungo Ravenna, l’ unico lembo dove sopravvive qualche molecola di Romagna Doc.
«Non mi commuove l’ eterno pianto del sud – si sfoga un vecchio amico – anche queste terre sarebbero spelonche di miseria se, senza i miliardi dello Stato, non si fosse attuata la stessa formula economica: fatica aggiunta. Gran parte delle bonifiche in Italia si devono alle cooperative di “scarriolanti” e tutti sanno che la Cooperativa muratori ha costruito strade, dighe, grattacieli in mezzo mondo».

A Ravenna mi hanno sempre colpito alcuni stili di vita. L’ uso riservato della ricchezza: Serafino Ferruzzi era meno noto nei circoli cittadini che alla borsa di Chicago, dove calava il silenzio quando entrava lui, perché faceva il prezzo del grano. E poi il culto delle amicizie, interclassiste, pluridecennali, «dalle elementari alla prostata». Scrive il poeta: l’ amico è colui che, se va via, a te muore una strada nel tuo borgo. E infine il record più strapaesano: la città con maggior numero di biciclette. Non i velocipedi di Milano che si sollevano con un mignolo. Ma bici massicce da sfidare da condurre a mano con sopra una sedia da restaurare. Anche le signore in pelliccia pedalano con la cesta davanti al manubrio piena di compere e se incontrano un’ amica stanno lì a chiacchierare con una gamba su e una giù e sanno benissimo che le penombre schiuse da una sottana un pomeriggio d’ inverno tramortiscono più di un tanga. Naturalmente è in questa quintessenza di romagnolità che ho ascoltato i lamenti del tempo che fu: «Quando sento le fanciulle uscite da scuola che si danno della stronza penso a tutte le sfumature di insulto che usavamo noi: pataca, sburòn, badilaz, cuchel (gabbiano), birèn (tacchino), balusa. Il cervello funzionava più in dialetto che in italiano». Molecole di una Ravenna, dicevo, tagliata fuori per lungo tempo dalle direttrici autostradali e ferroviarie, solitaria, compiaciuta di sé, bollita e ribollita come un denso brodo di manzo. Ma è una Romagna che non ha niente a che fare con quella di Rimini esaltata o sfottuta da Fellini, internazionalizzata dai voli charter, pianificata fino al minimo dettaglio: qualche cliente riceve con la fattura dell’ albergo un modulo, «Per assicurarsi gli auguri di buon anno compilare e consegnare al portiere. Grazie. Merci. Danke. Thanks».
E la Romagna di Ravenna non è lontana parente di quella di Forlì, «annacquata» dai commerci sulla via Emilia (più emiliani di così), dagli esodi autostradali, persino la Quinta armata si fermò a prendere un caffè. I forlivesi hanno un chiodo fisso: scommettono su tutto – cavalli, calcio, chilometro da fermo in Kawasaki, ultimo numero di targa della prima macchina che passa – mentre a Ravenna si rischia giocando a magione o a burraco, uomini e donne, nei circoli, nelle osterie, nei capanni da pesca. Il gioco come eredità dei lunghi inverni di nebbia in una città remota, quasi un’ isola di terra.

E allora egregi fomentatori leghisti, come la mettiamo con tutte queste «sotto-romagne»? Volete creare delle nuove repubblichette aggiungendo a San Marino: San Forlì, San Rimini, San Ravenna?

Oppure quante coltellate per accaparrarsi la capitale di questa terra dai mille campanili? Gli emiliani stanno a guardare queste prove generali di secessione. Ritengono che una suddivisione di compiti e risorse riequilibri le sorti delle due semiregioni unite dal trattino. All’Emilia – oltre a culatelli, zamponi, basiliche e buona sanità – la celebrata «Motor Valley», con le visite guidate alle icone mondiali: Ferrari, Maserati, Lamborghini, Ducati. Ai romagnoli invece i mosaici, la pineta, il liscio, la piadina, mirabilandia, i delfinari, i posti barca, trattorie e pizzerie a gogò: una nuvola di fritto misto più consistente di quella di cenere, aleggia sulla riviera. Quanti miliardi spendiamo noi emiliani nei weekend o a ferragosto dai nostri cugini romagnoli?
E quanti miliardi al contrario ingoierebbe una mini secessione, altri presidenti assessori portaborse, altri gettoni di presenza? Se la Lega si desse una calmata – borbotta la vecchia maestra in pensione a Bologna, ma nata nelle terre di Verdi – e ci restituisse pure Va’ pensiero: era il canto degli esuli ebrei, ma divenne l’ inno del Risorgimento e, sotto gli austriaci, «viva v.e.r.d.i.» significava Vittorio Emanuele re d’ Italia: per una vita l’ ho insegnato ai miei alunni. Il Carroccio ci lasci in pace. RIPRODUZIONE RISERVATA L’ idea Le due proposte In Commissione Affari istituzionali alla Camera sono in calendario due proposte, firmate da Gianluca Pini (Lega) e da Enzo Raisi (Pdl, area finiana), per la separazione della Romagna dall’ Emilia La nuova Regione Della nascitura Regione entrerebbero a far parte le Province di Forlì-Cesena, Ravenna e Rimini I motivi della separazione La divisione, secondo i promotori delle due proposte di legge, sarebbe giustificata dalle differenze economiche e culturali di quelle due aree.


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