E’ ufficiale: Maroni dice no alle elezioni del sindaco di Bologna accorpate con le regionali

Lo si presagiva, anche perchè vi erano chiaramente troppe deroghe tecniche e legali da affrontare: l’election-day a Bologna quindi non ci sarà. Non ci sarà cioè l’accorpamento delle elezioni per il sindaco di Bologna con quelle regionali. L’annuncio definitivo è scaturito dal consiglio dei ministri di stamani, ed è stato reso pubblico direttamente dal ministro Maroni.
Ora si aprono due stascichi politici di opposte tensioni politiche: da un lato le fibrillazioni ed il rimpallo di responsabilità fra PD e partiti del centrodestra su chi avrebbe avuto maggior convenienza a “pilotare” l’elezione del sindaco a data da destinarsi, anzichè giocare un’unica partita elettorale a fine marzo in contemporanea con le regionali; dall’altro lato, invece, decanta, almeno per il momnento, la bagarre interna di entrambi gli schieramenti per designare i propri candidati.
Una bagarre che stava assumendo i connotati di una “lotteria”, con candidature che nascevano di giorno e morivano la notte stessa (è accaduto ad esempio a Mazzuca che il Pdl ha prima mandato allo sbaraglio contro Errani, poi ha cooptato per la carica di sindaco di Bologna, ed infine ha parcheggiato nel limbo delle trattative in corso fra Pdl, Lega e Udc per tentare un accordo elettorale in extremis in Emilia Romagna. E lui, Mazzuca, con eroico stoicismo garibaldino ha sempre risposto “Obbedisco!”; salvo lasciarsi andare a qualche orgogliosa e comprensibile recriminazione in un’intervista al Corriere, in cui afffermava di sentirsi ancora candidato al 100 per cento… Può ancora essere, ma i bookmakers delle elezioni bolognesi hanno ultimamente un po’ ridotto questa percentuale).
Ma anche nel campo del PD non sono mancate candidature scaldate e poi subito raffreddate, alcune addirittura “cantate” come l’endorsement di Lucio Dalla nei confronti di Prodi e quello di Morandi nei confronti di Cevenini, l’attuale presidente del Consiglio Comunale.
Dopo il gran rifiuto di Prodi alle sirene del centrosinistra bolognese che avrebbero voluto farne il candidato-parafulmine per uscire dal pasticcio dell’affaire Delbono, l’unica strada per risolvere il dilemma del successore di quest’ultimo sul soglio di Palazzo d’Accursio sarebbero state le primarie (da organizzare a tempo di record, se ci fosse stato l’election day a marzo, con un PD ancora disorientato), primarie per le quali i nomi più ricorrenti, oltre a quello del già citato Cevenini, erano quelli di Duccio Campagnoli (ex sindacalista, attuale assessore regionale alle attività produttive ed all’innovazione, giudicato uno dei migliori membri della giunta Errani), di Luciano Sita (assessore della giunta comunale uscente, già persidente storico della Granarolo, considerato un manager decisamente capace, dotato di estremo pragnatismo, ma anche di caparbietà innovativa), mentre si è parlato anche dello stesso Bonaccini, segretario regionale del PD, ed ultimamente anche di Sergio Lo Giudice, capogruppo dello stesso partito in consiglio comunale. Per il momento tutto rientra nel freezer, in attesa di scongelarsi dopo le regionali.
Ma probabilmente sotto la neve residua di questi giorni qualche altro nome stava ancora germinando.
L’impressione è comunque che il PD possa tirare un respiro di sollievo, non solo perchè a Bologna avrà il tempo di meditare e organizzarsi meglio, ma anche perchè con il rinvio delle elezioni comunali si attenuerà probabilente almeno una delle “questioni morali” su cui lo stesso PD si aspetta di essere incalzato dall’opposizione: in Regione quella dei finanziamenti concessi al fratello del presidente Errani, ed in Comune la ben nota vicenda del Cinzia-gate di Delbono. Si vedrà.
Intanto ci si interroga su ciò che potrà accadere ora. Fra le tante ipotesi anche quella che Delbono ritiri provvisoriamente le dimissioni, per garantire l’ordinaria amministrazione fino a dopo le regionali, e quindi le ripresenti successivamente rispettando meglio tutti i termini e le scadenze per consentire una nuova e regolare convocazione dei comizi elettorali.
I tempi ed i modi con cui lo stesso Delbono si era dimesso nei giorni scorsi, avevano spiazzato un po’ tutti, oltre ad andare oltre i termini legali per poter votare già a marzo.
L’obiettivo di tutti, comunque, dovrebbe essere quello di evitare il commissariamento del Comune. Ipotesi che resta però estremamente concreta.

IL COMMISSARIAMENTO POTREBBE DURARE FINO AL 2011
SOLO IL PARLAMENTO, A QUESTO PUNTO, PUO’ EVITARLO…
O UN RIPENSAMENTO DI DELBONO

Lo stesso ministro Maroni ha precisato meglio in un ulteriore incontro con i giornalisti i termini della “questione Bologna” e del suo possibile commissariamento (che potrebbe durare oltre un anno, fino al 2011.
L’accorpamento comunali-regionali a fine marzo non è stato possibile perché le dimissioni del sindaco di Bologna sono avvenute oltre il termine utile per poterlo fare” – ha spiegato il ministro degli interni – “Questo almeno non lo può fare il governo per decreto (così si è espressa anche l’Avvocatura dello Stato anche sulla base di precedenti pronunciamenti della Cassazione). Solo il Parlamento può, se lo riterrà, approvare una legge che modifichi l’attuale normativa degli enti locali, per consentire ai bolognesi di votare in autunno”.

Ma senza questo intervento legislativo, nell’attuale ordinamento si potrà votare solo nel 2011, passando attraverso un anno e mezzo di commissariamento straordinario del Comune. Commissariamento che potrà comunque avvenire solo quando le dimissione del sindaco diventeranno definitive (cioè 20 giorni dopo la loro prima formalizzazione, secondo la legge che lascia questo periodo proprio per consentire eventuali ripensamenti).
Il termine in questo caso è previsto il 18 Febbraio. Solo allora Maroni nominerà il Commissario che gestirà il Comune di Bologna fino alle prossime elezioni amministrative. Salvo, appunto, un clamoroso rientro in gioco dello stesso Delbono, rientro che potrebbe avvenire solo per un’imbarazzante “ragion di stato” (in questo caso “di Municipio“) invocata dal PD per evitare il Commissariamento, “ragion di stato” che dovrebbe comunque essere in parte condivisa, come estrema-ratio, anche dall’opposizione.
Senza tale condivisione, il governo cittadino, il Delbono bis, non avrebbe sufficiente credito per poter operare al di là di una mera gestione di ordinaria amministrazione. Ed allora tanto varrebbe un Commissariamento. La differenza sta solo sul piano morale-emotivo: difficile non vedere infatti il commissariamento come un’onta per le tradizioni amministrative del Comune, o come la somma di errori, di natura partitica e personale, che sostanzialmente segnano il fallimento di una certa generazione di politici. Quanto meno a paragone con quelle che la hanno preceduta (Dozza, Zangheri, Fanti… tanto per capirci).



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Andrea Musi

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