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Dramma a Fidenza: spara al petto dei due figli e si suicida con l’arma del marito guardia giurata, unico superstite

Una palazzina di quattro piani, in via Berenini 100, in pieno centro a Fidenza, provincia di Parma. Una strada che si potrebbe definire “gioiosa”, con case dalla facciata pastello, molte ridipinte recentemente, con negozi ancora addobbati per le feste natalizie, luci, corone fiorite, un tappeto rosso sul marciapiede per i passanti e per i clienti come il red-carpet dei concorsi cinematografici… una scenografia in netto contrasto con la tragedia che proprio in questa via si è consumata nella notte, nell’appartamento al quarto piano di quella palazzina da cui gli uomini della polizia mortuaria sono usciti trasportando tre bare zincate: dentro c’erano i corpi di due bambini, di 12 anni e 9 mesi, e di una donna, la loro madre, la loro assassina, che dopo aver compiuto la strage dei figli con la pistola del marito, guardia giurata, ha rivolto l’arma contro se stessa, e l’ha fatta finita con un colpo alla tempia.

Depressione, la prima parola usata per capire la tragedia. Un improvviso attacco di follia depressiva, innestatosi su paranoie persecutorie che affiggevano la donna da tempo, questa potrebbe essere stata la causa che ha spinto la donna nel pieno della notte, verso le 2, ad alzarsi dal letto nel quale stava dormendo con il marito ed i due figli a fianco, come era abitudine di questa famiglia trapiantata da Napoli all’Emilia; andare nello sgabuzzino dove il consorte conservava la sua pistola di servizio (una semiautomatica Smith and Wesson), prendere l’arma, tornare nella camera da letto, e sparare in rapida sequenza un colpo al petto di ciascun figlio, ed un colpo alla propria tempia. Tre spari. Tutto finito in pochi secondi. Per il marito, l’unico risparmiato dalla follia omicida della donna, solo il tempo di urlare disperato, svegliato dagli spari, senza nemmeno avere il tempo di tentare qualsiasi reazione.

Sarebbe questo il crudele film vissuto in quel appartamento al quarto piano. I protagonisti: Paola Caltabiano 42 anni, la madre; Claudia di 9 mesi, la figlia più piccola; Antonio 12 anni, l’altro figlio; Salvatore Manfredi 44 anni, il capofamiglia, guardia giurata, l’unico superstite, l’unico a poter raccontare cosa è accaduto.

La moglie, stando appunto al suo racconto, pare fosse in cura da tempo per depressione e manie persecutorie. I medici le avevano prescritto anche psicofarmaci, ma in occasione della recente gravidanza la cura era stata sospesa. Poi era venuta la figlia, Claudia, e l’evento sembrava avesse riportato una certa serenità. Secondo il marito, ed anche secondo altri conoscenti, sembrava infatti che la donna ultimamente stesse meglio. Ma era purtroppo solo apparenza. Stanotte tutta la disperazione che covava nell’animo della donna, casalinga, sotto quella patina di apparente serenità, è esplosa nel modo più drammatico.

Ed allora anche l’allegria della strada in cui abitava la famiglia – le case dalle facciate color pastello, i negozi addobbati – sembra rispecchiare lo stesso contrasto.
L’aria di festa spesso acuisce le depressioni. In questi giorni poi tutti quegli addobbi sarebbero dovuto essere rimossi per la fine delle festività, tutte quelle luci avrebbero dovute essere spente, la strada e la vita fra le sue case sarebbe tornata alla normalità… una normalità che Paola Caltabiano non ce la feceva evidentemente più a sopportare.
Così l’arma del marito è sembrata la medicina definitiva per la sua disperazione. Ed i figli? Anche loro, secondo la donna, avrebbero avuto bisogno della stessa medicina, perché non ce l’avrebbero fatta a sopportare tutto quanto, lei non ce l’avrebbe fatta senza di loro. E il marito? No lui ce l’avrebbe fatta, lui che manteneva da solo tutta la famiglia, lui da solo ce l’avrebbe fatta, e così a deciso di risparmiarlo. A lui non ha sparato. Perché gli voleva bene, o forse perché gliene voleva un po’ meno che ai suoi figli. Purtroppo più nessuno potrà rispondere a questa domanda, a questo terribile “perché”.

Solo gli inquirenti stanno ancora tentando di farlo, i carabinieri di Fidenza e quelli del Nucleo Operativo di Parma. Sul posto sono intervenuti anche i Ris di Parma. Ed anche il comandante provinciale dell’Arma, Ceruti, ha voluto rendersi conto dell’accaduto di persona.

Al momento il racconto del marito, Salvatore Manfredi, è ritenuto oggettivamente credibile, con qualche piccola riserva, soprattutto sul fatto che non sia svegliato subito al primo sparo ed abbia continuato a dormire mentre la moglie sparava ancora all’altro figlio e poi rivolgeva l’arma su se stessa.
In realtà la velocità di sparo di una semiautomatica Smith and Wesson (l’arma usata per l’omicidio-suicidio) potrebbe aver concentrato l’accaduto in pochi secondi. Troppo pochi per svegliarsi dal sonno e intervenire. Troppo pochi per potersi rendere conto di quanto stava accadendo. Solo un attimo per passare dai sogni ad un incubo… purtroppo drammaticamente reale.
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Foto generica di repertorio.
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