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Dalla Cina ultimatum a Google: “Pronti a oscurare il sito”

La Cina è pronta per chiudere definitivamente Google. Il manifesto contro la censura su Internet che il segretario di Stato americano Hilary Clinton ha presentato nel corso del Freedom Forum di Washington ha rovesciato i caratteri dello scontro.
Fino a tre giorni fa era il motore di ricerca di Mountain Views a minacciare il Dragone di preparare le valigie e lasciarsi Pechino alle spalle. Adesso sono i dirigenti del partito comunista a lanciare un ultimatum alla creatura di Larry Page e Sergey Brin. Se il colosso dei due imprenditori non chinerà definitivamente il capo di fronte alle richieste del governo mandarino, e la Casa Bianca non cancellerà il nome della Cina dalla lista nera dei siti canaglia, Google verrà oscurato per sempre.

A pochi giorni di distanza dallo scoppio della guerra di Internet fra gli Stati Uniti e Pechino, innescata da un attacco di hacker orientali contro trentaquattro clienti hi-tech del motore di ricerca americano, la strategia dei vertici del partito si è modificata.
Prima delle accuse mosse dalla Clinton, il governo era più che mai deciso a sgonfiare la vicenda con il passare del tempo, trattandolo alla stregua di un contenzioso di carattere commerciale. Ora, però, che l’America ha compiuto a sorpresa un salto politico internazionale, e che l’opinione pubblica interna ha sostenuto la linea nazionalista della Cina schierata contro l’imperialismo cybernetico di Washington, lo strappo è diventato inevitabile.

Ai leader di Pechino è bastato molto poco per rendersi conto che una nazione completamente libera da Google farebbe la gioia sia del partito che degli affari interni.
L’innalzamento del primo muro virtuale del terzo millennio offrirebbe al governo la grande occasione di poter definire in maniera completamente autonoma una nuova geografia del potere nella rete del paese. La Cina non ha dunque perso tempo nel dichiarare che se la Casa Bianca non fornirà le prove che gli attacchi denunciati sono partiti dall’Oriente con il sostegno di Pechino, il partito darà il via libera ad un progetto di Internet totalmente in proprio che ricalchi i confini nazionali reali.
Un addio del motore di ricerca statunitense, accompagnato dalle incertezze su un possibile investimento in Cina da parte di Cisco e Microsoft, garantirebbe poi a Baidu non solamente il monopolio interno (385 milioni di utenti, che costituiscono da soli un sesto dell’intero mercato mondiale), ma anche la possibilità di assediare le web corporation americane sul loro stesso territorio.

Da giorni i giornali e le televisioni controllati da Pechino stanno portando avanti una martellante campagna pubblicitaria contro Washington. Lo slogan: “Non siamo né le Hawaii, né l’Iraq”.


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