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Crac Coopcostruttori, al via a Ferrara il processo per il buco da oltre un miliardo di euro nei conti di quella che era la più grande “coop rossa” italiana

A quasi sette anni dal crac della Coopcostruttori del luglio 2003, si apre domani in tribunale a Ferrara la prima udienza del processo a carico di 14 imputati per il buco della più grande e potente ‘coop rossa’ italiana, quarta azienda nazionale del settore delle costruzioni, per oltre un miliardo di euro, che ha ‘inghiottito’ i crediti di oltre 10.000 creditori.
Una partenza che potrebbe però essera falsa, per il possibile rinvio per questioni procedurali e mancate notifiche. Tra gli imputati, i quattro più alti dirigenti: l’ex presidente Giovanni Donigaglia, il suo ex vice Renzo Ricci Maccarini, Giorgio Dal Pozzo e Beppino Verlicchi, tutti accusati di associazione a delinquere finalizzata alle bancarotte. A processo anche le dieci persone che secondo le ipotesi d’accusa, dei pm Ombretta Volta e Nicola Proto, avrebbero violato i doveri di controllo sull’operato dei dirigenti della Coop. Primi tra tutti i tre del collegio sindacale, accusati di concorso in bancarotta (Mauro Angelini, Achille Calzolari e Sante Baldini); poi chi avrebbe dovuto svolgere controlli esterni, i responsabili delle società di revisione che certificarono i bilanci dal 1993 al 2003 Carlo Colletti (Reconta), Giovanni Bragaglia (Uniaudit), e Luigi Cerioli (Ria): le tre società sono state citate come responsabili civili al processo dai legali delle parte civili presenti, i legali di oltre 600 ex soci degli oltre tremila truffati. Infine a giudizio tre procuratori speciali (Luca Mazzoni, Antonio Negretto e Giampaolo Venturi), che firmavano gli atti di cessioni crediti a banche e finanziarie e con enti appaltanti, e l’ex presidente del Cda, Valentino Ortolani. L’accusa sostiene che nell’arco dei dieci anni precedenti il crac, i massimi dirigenti misero in atto trucchi e artifizi contabili – a partire dalla falsificazione dei bilanci, delle fatture e dei libri contabili – per coprire lo stato di decozione dell’azienda e procrastinare l’attività: un “progetto criminoso”, come lo aveva chiamato la Procura nei propri atti, per procurarsi risorse economiche in tutti i modi e mantenere in vita un’azienda in fallimento, “perché travolti da una logica di impresa che aveva perdite rilevanti e incontrollate”. Donigaglia e Ricci Maccarini – all’udienza preliminare in cui il gup Monica Bighetti aveva deciso il loro rinvio a giudizio e il proscioglimento (a sorpresa) di tre dirigenti (provinciale, regionale e nazionale) della Lega Coop, accusati di concorso nelle bancarotte e poi esclusi – avevano contrastato con decisione questa tesi accusatoria, spiegando che i conteggi sui presunti falsi in bilancio, pilastri dell’accusa, erano stati eseguiti dai consulenti dell’accusa seguendo principi contabili corretti. Dunque, secondo la loro tesi, i bilanci erano a posto e la Coopcostruttori, pur in estrema difficoltà, iniziata all’era di Tangentopoli e fino agli anni Duemila, si sarebbe potuta salvare se soltanto la Lega delle Cooperative e il vecchio Pci, poi Pds e Ds, lo avessero voluto, perché “i due veri soci di riferimento”, come li ha definiti Donigaglia.
(ANSA).

Nella foto: l’ex sede della Coopcostruttori di Argenta (Fe)


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