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Bologna, paziente morì per scambio tac. In cinque a processo

Sono stati rinviati a giudizio i tre medici e il tecnico di radiologia imputati per la morte di Daniela Lanzoni, la donna di 54 anni deceduta il 27 settembre 2007 al Policlinico Sant’Orsola di Bologna due giorni dopo un intervento di asportazione, per errore, di un rene sano. A decidere per il processo è stato il Gup di Bologna Giorgio Floridia. Durante la precedente udienza un quinto imputato, il primario di urologia policlinico Sant’Orsola di Bologna Giuseppe Severini, aveva chiesto e ottenuto il giudizio immediato, e quindi aveva saltato l’udienza preliminare andando direttamente a processo. Il procedimento comincera’ il 15 dicembre con l’udienza di smistamento davanti al giudice monocratico del Tribunale di Bologna. E’ gia’ stata definita nel gennaio 2009 la posizione di un sesto imputato, Giuseppe Corrado, urologo, che ha patteggiato una pena a un anno e otto mesi per le accuse di omicidio colposo e falso. Il medico avrebbe modificato la cartella clinica di Daniela Lanzoni dopo la morte. Il rinvio a giudizio e’ stato deciso oggi per il tecnico di radiologia Stefano Chiari, il medico radiologo Maria Cristina Galaverni, il medico urologo Paola Bacchetti, e l’aiuto di Severini, Alberto Benati. Il Pm di Bologna Francesco Caleca oggi aveva chiesto il rinvio a giudizio per Chiari, Galverni e Bacchetti e il proscioglimento di Benati, ma il giudice ha deciso il processo per tutti e quattro. Per tutti, dopo le indagini del Nas dei carabinieri, l’accusa stabilita dal Pm e’ di cooperazione in omicidio colposo. Per Severini c’e’ anche la falsita’ materiale e ideologica commessa da pubblici ufficiali. ”Probabilmente – ha commentato l’avv.Guido Magnisi, difensore di Chiari, che e’ accusato del primo della catena di errori – non era risolvibile in udienza preliminare il nodo giuridico dei rapporti tra concause originarie e sopravvenute. In altri termini non e’ detto che il primo errore della catena sia ricollegabile con l’eventi finale morte. Io escludo il primo elemento della catena sia ricollegabile con l’evento morte”. L’intervento venne fatto sulla base di una diagnosi sbagliata dovuta all’attribuzione di un referto e di una tac, appartenenti in realta’ ad un’altra donna, con lo stesso cognome, ma piu’ anziana di 32 anni. Secondo la ricostruzione fatta dal Pm Caleca fu una catena di errori, prima e dopo l’intervento, a portare alla morte della donna. Ogni indagato commise un segmento di errore, comunque senza comunicare con gli altri. (ANSA).


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