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Buon compleanno Covo, la casa dell’avanguardia musicale. Al via il Festival per i 30 anni

Bologna 1980. In città scorreva un gran fermento musicale, l’esperienza delle radio libere era già matura, dalle cantine giungeva l’eco dei giovani gruppi che sull’onda dell’insegnamento del punk “do it yourself” avevano imparato che la passione vale tanto quanto la tecnica.

Nell’estate precedente il Festival Bologna Rock aveva portato migliaia di persone al Palasport mentre il 2 giugno 1980 i Clash erano stati protagonisti di uno storico concerto gratuito in Piazza Maggiore. London Calling è il titolo del più famoso album dei Clash. E Londra chiamava davvero. Era giunto il momeno di dare espressione a nuovi stili musicali ma soprattutto alla voglia dei giovani di uscire dagli schemi ed essere protagonisti della vita culturale e della sperimentazione.

Mancavano però gli spazi e nelle zone di periferia era tutto ancora più difficile.

Nel settembre di quell’anno un gruppo di amici decide di occupare un casolare da poco ristrutturato nel quartiere San Donato per trasformarlo in un laboratorio della creatività. Così nasce il Casalone. Solo a metà degli anni ’90 diventerà il Covo nella veste in cui la conosciamo oggi ma alcuni dei fondatori di allora, come Gabriele Gheduzzi e Gianni Carati, sono ancora attivi come djs.

“L’idea era quella di dare un’alternativa ai giovani del posto”, spiega Marzio Manni, che insieme a Daniele Rumori è responsabile della programmazione artistica, “l’attività concertistica non era ancora predominante e strutturata, non esisteva un calendario definito di eventi”.

Nel 1985 si esibisce al Covo la prima band straniera, i New Model Army. Con il sopraggiungere degli anni Novanta il locale si trasferisce al piano inferiore dell’edificio, l’organizzazione si fa più professionale e gradualmente il palco di Viale Zagabria inizia ad accogliere i nomi emergenti della scena musicale internazionale, gli stessi nomi che poco tempo dopo faranno il tutto esaurito nei palazzetti.

Franz Ferdinand, Libertines, Gossip, Notwist, Blonde Red Head, Kings of Convenience solo per citare i più noti. Questa vocazione “esterofila” non deve però trarre in inganno. Al Covo è iniziata infatti la carriera di tanti gruppi bolognesi che poi hanno suonato in giro per il mondo e anche band importanti della scena indipendente italiana, come Subsonica, Afterhours, Bluvertigo, Ministri e tanti altri, hanno mantenuto un forte legame con il locale.

“La storia poi si è fatta da sola”, aggiunge Marzio Manni “anche se i momenti di difficoltà sono stati tanti, tra rischi di chiusura o di trasferimento e altalenanti rapporti con le istituzioni comunali”.

Trent’anni sono passati. Generazioni diverse si sono fuse unite dalla passione per la musica, dalla magia di un posto che apre orizzonti sonori inesplorati, che dà espressione a stili di vita fortemente identitari, che fa sentire parte di un’avanguardia anche coloro che la musica la vivono come appassionati fruitori e non come ispirati creatori.

Per festeggiare questo importante traguardo il Covo ha voluto regalare al suo pubblico un Festival a tema con sette appuntamenti speciali che completano l’anteprima del 27 febbraio scorso con Adam Green.

“Il Festival vero e proprio si apre giovedì 25 marzo con Rain Machine, ovvero il progetto solista del cantante dei Tv on the Radio”, spiega Marzio Manni “si proseguirà venerdì 26 con la serata dedicata ai gruppi bolognesi (Forty Winks, Settlefish, The Tunas, The Valentines, Cut, Laser Geyser, Legless ndr) che proporranno le hit da dancefloor che hanno segnato la storia del Covo e sabato 27 con i Massimo Volume e i Giardini di Mirò che divideranno il palco insieme per la prima volta. Poi a seguire fino al 3 aprile con altri appuntamenti tra presente e passato”.

In cantiere c’era anche il progetto di una mostra con fotografie, manifesti e flyers d’epoca. Icone che accompagnassero il racconto attraverso le immagini. Un accordo di massima con il MAMbo era stato raggiunto ma i 15 mila euro messi a disposizione dall’Assessorato regionale alla Cultura hanno imposto delle scelte e la mostra è per il momento rimasta “virtuale”, sul sito del Festival.

E il futuro? I gestori di oggi da alcuni anni si sono costituiti associazione culturale convenzionata con il Comune e fino al 2014 non dovrebbero esserci brutte sorprese per i “Covo addicted”.

Alla domanda su che cosa significhi oggi essere “indie”, termine frequentemente associato al Covo,  Marzio Manni spiega: “è la sottocultura giovanile dominante all’interno della musica alternativa. Alla fine però è solo fare parte di una scena, di una moda che poi diventerà nostalgica”- e sorridendo ammette con ironia – “oggi è essere fashion”.

C’era una volta il punk, poi la new wave, poi il grunge fino a tutto il movimento post rock dei giorni nostri. Quello che conta, al di là delle etichette e delle definizioni, è l’amore viscerale per la musica, la fame continua di nuove proposte, nuovi orizzonti, nuove contaminazioni. E’ questo il segreto del Covo, è questo che animava Max Bonini, figura chiave del locale, recentemente scomparso. Ed è a lui che il Festival è intimamente dedicato.


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