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Basket Nba: Lakers battono Celtics e si fa a gara 7

Nella storia della NBA c’è una linea di tendenza comune: se la squadra in casa pareggia la serie sul 3-3, solitamente vince anche la bella sul parquet amico. E Doc Rivers, entrando allo Staples Center in gara-6, si sarĂ  sicuramente ricordato di quelle Finals che ha vissuto da protagonista 16 anni fa, indossando la canotta dei Knicks: in vantaggio 3-2 nella serie, New York volò a Houston per chiudere i conti, ma John Starks affondò in una notte tempestosa da 2/18 al tiro (compreso l’errore sulla conclusione della possibile vittoria) e i Rockets vinsero le due partite consecutivamente per mettersi al dito l’anello. E senza scomodare il vecchio John Starks, nella serie in cui i Celtics ritrovano finalmente la mano di Ray Allen (19 punti, 7/14 dal campo comprese, finalmente, anche due triple) perdono tutto il resto, da Kendrick Perkins, out nel primo quarto per una distorsione al ginocchio, all’energia difensiva, al controllo dei tabelloni (surclassati 52-39 a rimbalzo), alla fluiditĂ  offensiva ritrovata in casa con il salire di colpi di Pierce e Garnett, oggi drasticamente involuti, al concetto di “gruppo” tanto caro a Doc Rivers: insomma, in questa serie, non c’è stata ancora una partita in cui i Big-Three abbiano giocato bene, tutti insieme.

Dall’altra parte, a un Bryant complessivamente perfetto (26 punti con 19 tiri, 11 rimbalzi e 3 assist), fanno eco un Pau Gasol ritrovato dopo i giri a vuoto sul parquet di Boston (tripla-doppia sfiorata con 17 punti, 13 rimbalzi e 9 assist), un Artest tornato efficace in difesa e pungente in attacco (15 punti, 6/11 dal campo), e, finalmente, un buon impatto della panchina, guidata a briglie sciolte da un Odom in versione LaMarvelous: 8 punti e 10 assist che non spiegano, però, il sontuoso impatto difensivo dell’ex-Miami Heat.

Bryant sembra essere direttamente uscito dal terzo quarto di gara-5, quando realizzò 19 punti consecutivi: manda a bersaglio 5 dei suoi primi 6 tiri (11 punti nel primo quarto) e disegna la strada. A Boston non l’ha seguito nessuno, ma a Los Angeles le cose cambiano, e i giocatori che in trasferta tendono a intimidirsi, sul parquet amico mostrano invece il loro meglio. Artest controlla Pierce e si mostra finalmente anche in attacco, letale sugli scarichi nell’angolo, mentre Gasol scaccia i panni da femminuccia indossati al TD Garden e torna misteriosamente a essere il giocatore dominante in vernice visto nelle prime due gare in California. Ad agevolare la rifioritura del catalano, è l’infortunio al ginocchio occorso a metà del primo quarto a Kendrick Perkins, stritolato in un sandwich tra Bynum e Bryant.

L’assenza di Perk e i tre falli prematuri di un Wallace all’acqua di rose scombinano i piani di Doc Rivers, costretto a rotazioni e accoppiamenti insoliti nel reparto lunghi: e mentre i Lakers trovano consistenza difensiva nel trio Artest-Odom-Gasol, i Celtics perdono il controllo del verniciato, dove Davis costituisce classicamente un bersaglio attaccabilissimo e, di conseguenza, anche la possibilità di esprimere il loro gioco in transizione. A metacampo la manovra è asfittica se non inusualmente solista, con Rondo completamente fuori giri e tante palle perse che innescano le corse in campo aperto gialloviola: sopra di 10 al primo intervallo (28-18), i Lakers volano in avvio di secondo quarto anche con Bryant in panchina e piazzano il +20 con una schiacciata in campo aperto di Farmar (45-25). Boston è solo Allen, Pierce prova a mettersi in partita con un paio di invenzioni in penetrazione sul finire del quarto ma è l’ombra del giocatore dominante visto in gara-5, e mentre i Lakers continuano a presidiare i tabelloni (30-13 nei primi due quarti), la panchina frutta meravigliosamente per coach Jackson (15-0 il saldo dei punti delle seconde linee all’intervallo e 51-31 il vantaggio gialloviola).

Nel terzo quarto l’inerzia non muta: i Celtics vagano per qualche minuto attorno al -17, per poi crollare definitivamente sul finire del periodo, schiacciati dalla fisicità losangelina e stritolati da una difesa che ruota, aiuta e raddoppia alla perfezione, soprattutto attorno al verniciato (e la scatola non si apre: 5/23 da tre punti, pari al 22%). Un colpo duro di Artest apre un taglio sotto il mento di un fumosissimo Rondo (5/15 al tiro, 3 perse e tanti, troppi punti interrogativi), ma la nuova riproposizione delle seconde linee biancoverdi regala momenti di pallacanestro quasi imbarazzanti, con Robinson e Wallace nelle loro peggiori versioni. I Lakers toccano anche il +27 nel quarto periodo prima che Jackson svuoti la panchina per chiudere il lunghissimo garbage-time. Sul pino resta però Andrew Bynum, uscito all’inizio del terzo quarto per il classico riacutizzarsi dei problemi al ginocchio, vistosamente bendato con ghiaccio, l’unica nota stridente nella gara quasi perfetta dei gialloviola.

Giovedì si chiude, e si assegna l’anello: la storia, classicamente, direbbe Lakers, e l’infortunio di Perkins, che ha mostrato quanto sia importante il centrone di Boston a livello di lavoro oscuro, sembrerebbe pendere in quella direzione, ma di questa serie, onestamente, chi ci ha capito qualcosa finora?

Los Angeles Lakers: Artest 15, Gasol 17, Bynum 2, Bryant 26, Fisher 4, Brown 4, Odom 8, Farmar 4, Mbenga 0, Powell 0, Vujacic 9, Walton 0. All.: Jackson.

Boston Celtics: Pierce 13, Garnett 12, Perkins 0, R. Allen 19, Rondo 10, Wallace 0, T. Allen 2, Robinson 6, Davis 0, Daniels 5, Finley 0, Williams 0. All.: Rivers.


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Maurizio Rizzi

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