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Alvisi: “Nuovo Dall’Ara: un progetto di riqualificazione urbana per la rinascita dell’intera città”

Intervista esclusiva di Ugo Mencherini e Vittorio Longo Vaschetto alla professoressa Chiara Alvisi (Università di Bologna) autrice, insieme al professor Gabriele Tagliaventi (Università di Ferrara), del progetto per la riqualificazione del Dall’Ara nel corso della trasmissione “Tempi Supplementari” (Telecentro-OdeonTv)

Professoressa Alvisi, il presidente del Bologna Albano Guaraldi pare abbia già commentato i progetti sul tavolo, compreso il vostro, chiudendo di fatto il discorso sul nascere sostenendo che si vorrebbe demolire mezzo quartiere.

Il progetto che abbiamo presentato nell’ambito del convengo universitario del settembre del 2009 non contempla demolizioni rispetto allo stadio esistente, e questo segna una grande differenza e un grande vantaggio finanziario rispetto, ad esempio, al progetto della Juventus, in cui si è realizzato un nuovo stadio e la demolizione del precedente ha richiesto un paio anni. Questo, quindi, è un problema che la creazione della nuova città dello sport di Bologna non avrebbe.

Il progetto presentato in quell’ambito è, se vogliamo, più ambizioso ed anche più interessante dal punto di vista economico-finanziario: è l’idea di creare una città della sport. Ovvero quello che il disegno di legge sulla creazione e ristrutturazione di impianti sportivi e stadi definisce come complesso multifunzionale, che ha il grande vantaggio di riuscire ad autofinanziarsi. Se vogliamo trovare un paragone con questo progetto, quello più adeguato non è l’operazione Juventus ma quello che la società che controlla l’Arsenal ha realizzato negli ultimi otto anni.

Dal punto di vista della localizzazione, quali sono i punti di riferimento normativi?

Quando si parla di localizzazione degli stadi non si fa mai menzione di una regola ben precisa e fissata dentro le norme organizzative interna della Federcalcio. E’ la regola numero 19, e prevede che ogni squadra sia obbligata a giocare nell’impianto dichiarato al momento dell’assegnazione che deve insistere nel territorio del Comune dove la squadra ha la sede sociale. Qualsiasi deroga può essere concessa in via del tutto eccezionale per gravi motivi. Il problema delle deroghe si è posto ad un certo punto con grande intensità e proprio la Federcalcio ha puntualizzato che le deroghe possono essere concesse soltanto qualora la squadra abbia una situazione tale per cui l’impianto non sia più tecnicamente idoneo, ma le deroghe possono essere contenute soltanto entro tre stagioni. Quindi la squadra nel frattempo deve aver provveduto a sistemare il suo impianto nella città di appartenenza, e quindi può così rientrare. Se non può rientrare, deve cambiare denominazione. Dobbiamo essere consapevoli che se il Bologna andasse a porre il proprio stadio in un comune limitrofo, poi non si potrebbe più chiamare Bologna Football club.

La società sta facendo orecchie da mercante: quanto incide, in questo, il fatto che il presidente Guaraldi è un costruttore edile?

Non farei dietrologie. E’ un vantaggio e un’opportunità per il club il fatto che questo imprenditore, che si trova a dirigere la politica economico-finanziaria del club, sia anche nel settore immobiliare. Il caso dell’Arsenal è un caso che Bologna dovrebbe studiare molto bene: la società ha concepito di diventare essa stessa società di promozione e sviluppo immobiliare con la realizzazione di complessi residenziali di edilizia popolare molto ben congeniati intorno al nuovo stadio, proprio perché dalla vendita di quei complessi dovevano derivare i ricavi per investire e ristrutturare il nuovo stadio. Finché noi pensiamo a un progetto di ristrutturazione di uno stadio o di costruzione di un centro interamente sportivo, diventa molto difficile da realizzare dal punto di vista finanziario: dove si reperiscono le risorse? Bisognerebbe invece entrare nell’ottica di un progetto multifunzionale, dove ci sono attività sportive, ma anche commerciali, direzionali e residenziali. Ed è l’idea alla base del progetto di legge che purtroppo si è arenato ma che aveva proprio lo scopo di incentivare la creazione di stadi privati. Creando una serie di strutture intorno allo stadio, si riqualifica la città dal punto di vista urbanistico e si creano le occasioni, vedi la vendita dei complessi residenziali, per ottenere quei ricavi che devono servire a ristrutturare lo stadio. In questo contesto, quello che manca è semplicemente una logica imprenditoriale.

Quanto è importante il concetto di uno stadio multifunzionale di proprietà in un contesto di fair play finanziario portato avanti in un contesto internazionale?

La Uefa nel maggio 2010 ha elaborato il complesso di regole sul fair play finanziario, attraverso cui fa passar un’idea culturalmente interessante: nel concetto di eccellenza sportiva entra anche il merito economico e non solo quello sportivo. Non si può parlare di condotta etica senza guardare al risultato economico, per una ragione molto semplice: una società sportiva in crisi finanziaria produce effetti negativi enormi sulla collettività. E non soltanto in termini di evasione fiscale e contributiva, ma in termini di mancato guadagno di quelle esternalità positive che l’impresa sportiva, per sua vocazione, è destinata a produrre. L’impresa sportiva, in quanto attività che deve reggersi economicamente, deve produrre dei profitti. Deve produrre ricadute positive sulla collettività: pensiamo proprio allo stadio, che può diventare un volano per la riqualificazione della città. Ed è per questo che, se una società sportiva è in crisi, diventa un problema per la collettività.

Bene ha fatto la Uefa a introdurre queste regole, che sono particolarmente importanti. A partire dal 1 luglio 2011 tutti i bilanci della società, soprattutto quelle che aspirano ad entrare nei campionati organizzati dall’Uefa, inizieranno a essere monitorati. L’obiettivo è verificare che nel 2014-2015 gli esercizi dei due anni precedenti non presentino un deficit superiore ai 45 milioni di euro. Poi l’anno successivo si farà la somma algebrica dei risultati dei tre esercizi precedenti, e anche in questo caso non dovrà esserci un deficit superiore ai 45 milioni di euro. Nel 2016-2017 il deficit non dovrà essere superiore ai 30 milioni di euro e nel 2018-2019 l’attività d’impresa sportiva dovrà finanziarsi, almeno in condizioni di pareggio di bilancio, con i suoi ricavi. Il tema del pareggio di bilancio, particolarmente in auge nel dibattito politico europeo alle prese con il debito sovrano, entra anche nell’ordinamento sportivo come regola etica. La cosa interessante è che la Uefa dice: quando facciamo il monitoraggio e calcoliamo entrate e costi, nei costi non calcoliamo quelli per gli investimenti in stadi e strutture sportive. Questo significa che l’Uefa ha ben presente che l’investimento per gli stadi deve essere incentivato. La conseguenza di un deficit non coerente con i canoni Uefa è che il club, nonostante i meriti sportivi, non otterrà la licenza per essere ammesso al campionato Uefa.

Uno stadio nuovo con abbandono del Dall’Ara, cosa comporterebbe?

Sarebbe un costo per la città. In questo momento il dall’Ara è uno dei pochissimi impianti sportivi che non rappresentano un costo. C’è un regolamento del Comune che distingue gli impianti sportivi in ‘a reddito’ e ‘non a reddito’. E a reddito ce ne sono solo due: il Dall’Ara e il Palazzo dello sport, tutti gli altri sono un costo. Dismettere il Dall’Ara come sede del Bologna significherebbe trasformarlo subito in un costo.

Quali sono i punti di forza del vostro progetto?

Il fatto che si tratta di un progetto di riqualificazione urbana integrale che potrebbe rappresentare il volano per la rinascita della città.


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Matteo Fogacci

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