5 Marzo 1876: il primo numero “fatto in casa” del Corriere della Sera

Era nato legalmente un mese prima, nel Febbraio 1876, ma il vero battesimo, quello delle copie vendute, avvenne il 5 Marzo di quello stesso anno. Nasce di fatto proprio in quel giorno quello che sarebbe diventato il più diffuso e più autorevole quotidiano italiano: il Corriere della Sera.

Il giorno della prima uscita non fu scelto a caso. Era la prima domenica di Quaresima e per tradizione a Milano i giornali non uscivano. Il direttore e comproprietario del “Corriereâ€, Eugenio Torelli Viollier, aveva scelto appositamente quella data per lanciare la nuova testata in assenza di concorrenti, decidendo nelo stesso tempo di devolvere in beneficenza il ricavato di quel primo numero per smorzare le critiche di chi avrebbe accusato il nuovo giornale di non aver rispettato la tradizione.

Il primo numero del Corriere contava solo quattro pagine. Nella prima pagina c’era l’editoriale di presentazione del nuovo quotidiano a firma del suo direttore (successivamente la prima pagina fu destinata all’articolo di fondo, ovvero la notizia più importante del giorno ed il corredo di commenti su di essa). La seconda pagina era dedicata alla politica. La terza pagina riportava la cronaca nera milanese e le notizie brevi d’agenzia. La quarta pagina era infine destinata alla pubblicità.

Gli strilloni ne vendettero in piazza della Scala e nelle altre vie centrali di Milano circa 15mila copie. Nei giorni seguenti le vendite del Corriere si assestarono sulle 3mila copie. Costavano 5 centesimi l’una (un soldo) nel centro urbano di Milano, 7 centesimi fuori città.
Si chiamò “Corriere della Sera†per il fatto che effettivamente usciva verso sera, intorno alle quattro o le cinque del pomeriggio. Il giornale allora cominciava ad essere stampato verso le 14, e solitamente recava in testata una doppia data (5-6 marzo), proprio perché ald i fuori di Milano spesso il Corriere arrivava ai lettori solo il giorno dopo (per via dei trasporti relativamente lenti di quei tempi).

Il “Corriere†dei primi tempi era decisamente un giornale “al risparmioâ€, realizzato in modo assolutamente artigianale, dal direttore ed altri tre redattori suoi amici, con l’ausilio di quattro operai, il tutto in due stanzette nella centralissima Galleria Vittorio Emanuele.
Il Corriere della Sera non aveva allora altri cronisti (al contrario del più diffuso giornale milanese di allora, il Secolo, che disponeva di diversi giornalisti per scrivere le varie notizie di cronaca).
I quattro amici del Corriere dovevano “arrangiarsi†ritagliando e adattando i dispacci dell’agenzia Stefani (l’Ansa di quel tempo), usando più le forbici che la penna. Per risparmiare venivano inoltre evitati al massimo disegni e fotoincisioni, che invece abbondavano sul concorrente il Secolo.

Raffaele Barbiera, Ettore Teodori Buini e Giacomo Raimondi erano i tre amici-redattori che avevano affiancato Torelli Viollier e il suo primo socio, Riccardo Pavesi, che era stato l’editore di un altro giornale milanese, “La Lombardia“, nell’avventura del Corriere della Sera (avventura dalla quale Pavesi si distaccò tredici giorni dopo la prima uscita del giornale, per una sua personale svolta politica, essendo stato eletto in parlamento come deputato della sinistra).

Raffaele Barbiera era un veneto che aveva conosciuto Torelli Viollier ad un pranzo pochi mesi prima, ed era stato convinto da quest’ultimo a lasciare il suo impiego nel Comune di Vicenza per dedicarsi al giornalismo; Ettore Teodori Buini, livornese, poliglotta, un tipo piuttosto avventuroso (era definito “salgarianoâ€) conosceva invece il direttore del Corriere già da dieci anni; Giacomo Raimondi era l’unico milanese del gruppo, aveva partecipato alle guerre risorgimentali ed aveva idee socialiste; aveva già scritto per diversi giornali, ma senza molta fortuna; anzi gli affari gli erano andati decisamente male, tant’è che negli anni precedenti al suo approdo al Corriere si era trovato in una situazione di assoluta indigenza. Eugenio Torelli Viollier l’aveva aiutato, ed ora toccava a lui sdebitarsi.

L’editore-direttore del Corriere ricorse ad una vecchia amicizia anche per “risparmiare†sull’indispensabile corrispondenza da Roma, ottenendo la collaborazione gratuita di Vincenzo Labanca.
Anche le mogli vennero messe all’opera. La consorte di Buini, Vittoria Bonacina traduceva alcuni dei romanzi d’appendice, mentre la stessa moglie di Torelli Viollier, Maria Antonietta Torriani, scriveva racconti per il giornale con lo pseudonimo “marchesa Colombiâ€. Ad amministrare entrate ed uscite del Corriere venne infine chiamato il fratello dello stesso direttore, Titta Torelli.

Così è cominciata la storia del più prestigioso giornale italiano. Oggi il Corriere della Sera occupa centinaia di giornalisti e conserva il primato italiano di tiratura con circa 600mila copie (livello che lo stesso giornale aveva già raggiunto nel 1920; dopo aver toccato le 400mila nel 1918; e le 275mila nel 1911). Nell’era di internet, lo stesso Corriere vanta anche il primato della propria edizione on line, la più “cliccata†d’Italia.

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IL PRIMO FONDO DEL DIRETTORE DEL “CORRIEREâ€
L’articolo di esordio di Eugenio Torelli Viollier (5 Marzo 1876)

Pubblico, vogliamo parlarci chiaro. In diciassette anni di regime libero tu hai imparato di molte cose. Oramai non ti lasci gabbare dalle frasi. Sai leggere fra le righe e conosci il valore delle gonfie dichiarazioni e delle declamazioni solenni d’altri tempi. La tua educazione politica è matura. L’arguzia, l’esprit ti affascina ancora, ma l’enfasi ti lascia freddo e la violenza ti dà fastidio. Vuoi che si dica pane al pane e non si faccia un trave d’una fessura. Sai che un fatto è un fatto ed una parola non è che una parola, e sai che in politica, più che nelle altre cose di questo mondo, dalla parola al fatto, come dice il proverbio, v’ha un gran tratto. Noi dunque lasciamo da parte la rettorica [sic] e veniamo a parlarti chiaro.
Non siamo conservatori. Un tempo non sarebbe stato politico, per un giornale, principiar così. Il Pungolo non osava confessarsi conservatore. Esprimeva il concetto chiuso in questa parola con una perifrasi. Ora dice apertamente: “Siamo moderati, siamo conservatori”. Anche noi siamo conservatori e moderati. Conservatori prima, moderati poi. Vogliamo conservare la Dinastia e lo Statuto; perché hanno dato all’Italia l’indipendenza, l’unità la libertà, l’ordine. In grazia loro si è veduto questo gran fatto: Roma emancipata da’ papi che la tennero durante undici secoli. [...]
Siamo moderati, apparteniamo cioè al partito ch’ebbe per suo organizzatore il conte di Cavour e che ha avuto finora le preferenze degli elettori, e – per conseguenza – il potere.[...] L’Italia unificata, il potere temporale de’ papi abbattuto, l’esercito riorganizzato, le finanze prossime al pareggio: ecco l’opera del partito moderato.
Siamo moderati, il che non vuol dire che battiamo le mani a tutto ciò che fa il Governo. Signori radicali, venite tra noi, entrate ne’ nostri crocchi, ascoltate le nostre conversazioni. Che udite? Assai più censure che lodi. Non c’è occhi più acuti degli occhi degli amici nostri nel discernere i difetti della nostra macchina politica ed amministrativa; non c’è lingue [sic] più aspre, quando ci si mettono, nel deplorarli. [...] Gli è che il partito moderato non è un partito immobile, non è un partito di sazi e dormienti. È un partito di movimento e di progresso.
Senonché, tenendo l’occhio alla teoria, non vogliamo perdere di vista la pratica e non vogliamo pascerci di parole, e sdegniamo i pregiudizii liberaleschi. E però ci accade di non voler decretare l’istruzione obbligatoria quando mancano le scuole ed i maestri; di non voler proscrivere l’insegnamento religioso se tale abolizione deve spopolare le scuole governative; di non voler il suffragio universale, se l’estensione del suffragio deve porci in balia delle plebi fanatiche delle campagne o delle plebi voltabili [sic] e nervose delle città. [...]
[Conclusione] A’ giornali dello scandalo e della calunnia sostituiamo i giornali della discussione pacata ed arguta, della verità fedelmente esposta, degli studi geniali, delle grazie decenti, rialziamo i cuori e le menti, non ci accasciamo in un’inerte sonnolenza, manteniamoci svegli col pungolo dell’emulazione, e non ne dubitiamo, il Corriere della sera potrà farsi posto senza che della sua nascita abbiano a dolersi altri che gli avversari comuni”.

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AGENDA STORICA DEL 5 MARZO

1860: Parma, Modena, la Toscana e la Romagna votano in un referendum per la propria annessione al Regno di Sardegna.

1912: E’ l’esercito italiano è il primo ad usare i dirigibili per ricognizione dietro le linee turche, durante la Guerra Italo-Turca, in territorio libico.

1940: Il politbiuro sovietico firma l’ordine per l’esecuzione di 25.700 polacchi, tra cui 14.700 prigionieri di guerra. L’episodio è noto come il Massacro di Katyn. Inizialmente lo sterminio fu attribuito ai nazisti, ma poi inoppugnabili prove storiche ribadirono la responsabilità del regime comunista sovietico. In pratica vennero uccisi tutti gli ufficiali dell’esercito polacco. Poiché in Polonia laureati e diplomati dovevano obbligatoriamente prestare servizio militare con il rango di ufficiali, i russi pensarono in questo modo di decapitare l’intellighenzia dell’intera Polonia, in vista del giogo che la stessa Unione Sovietica avrebbe imposto al paese al termine della guerra (sulla base degli accordi di spartizione delle aree di influenza fra i vincitori del conflitto, già concordati e sottoscritti con americani ed inglesi). Ed appropostito di “guerra freddaâ€, il 5 Marzo, in questo caso del 1946, è anche il giorno in cui viene pronunciato per la prima volta il termine “cortina di ferroâ€, per indicare il confine fra influenza occidentale e influenza sovietica nell’Europa post-bellica. A coniare questo nuovo termine fu Winston Churchill in un discorso tenuto al Westminster College di Fulton, negli Usa.

1970: 43 nazioni firmano un primo trattato di non proliferazione nucleare.

1994: La “nobiltà nera†è l’aristocrazia vaticana delle grandi famiglie romane, che da una condizione borghese, ottennero titoli nobiliari dal pontificato, in genere per le ingenti ricchezze accumulate amministrando beni ecclesiastici. Viene definita “nera†proprio dal colore delle vesti ecclesiastiche. Il 5 Marzo 1994 un singolare avvenimento riaccende i riflettori su questa nobiltà: nella Basilica di San Pietro il papa Giovanni Paolo II battezza, in un’unica cerimonia, sette neonati, nati tutti i date coincidenti tre mesi prima, appartenenti ad altrettante famiglie aristocratiche, degli antichi “marchesi di baldacchino†del papa stesso: Orsini (Roberto), Borghese (Alessandra), Cusano (Fabio), Torlonia (Michelangela), Saluzzo (Andrea), de’ Medici (Filippo) e Doria (Simeone). Oggi tutti quanti 16enni.

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COMPLEANNI E LUTTI

Il 5 Marzo nascono il cantautore Lucio Battisti (1943-1998), lo scrittore Ennio Flaiano (1910-1972), la rivoluzionaria tedesca Rosa Luxemburg (1870-1919), l’attrice americana Eva Mendes (1974), il cantautore Pacifico (1964), il poeta scrittore regista Pier Paolo Pasolini (1922-1975).

Il 5 Marzo muiono l’attore John Beluschi (1949-1827), lo scienziato Pierre Simon de Laplace (1749-1827), il poeta americano Edgar Lee Masters (1869-1950), il dittatore russo Josif Stalin (1879-1953) e lo scienziato Alessandro Volta (1745-1827).




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2 Commenti in “5 Marzo 1876: il primo numero “fatto in casa” del Corriere della Sera”

  • annagiulia scritto il 11 maggio 2010 pmmartedìTuesdayEurope/Rome 20:08

    Per chi vorrebbe !! vendo la prima copia del corriere della sera (originale) !!!

  • matt scritto il 27 agosto 2010 pmvenerdìFridayEurope/Rome 13:36

    Ciao annagiulia, io sarei interessato alla prima copia del corriere: ce l’hai ancora?

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