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29 maggio, un mese fa la seconda scossa che ha fatto tremare l’Emilia. Oggi a far paura è la burocrazia

Erano le 9 del 29 maggio quando in Emilia la terra ha tremato ancora. Una scossa di magnitudo 5.8, avvertita in tutto il Nord-Italia, che ha riportato tutti indietro di 10 giorni, a quel 20 maggio quando il terremoto ha sconvolto la Pianura Padana. Il bilancio è di 26 morti, migliaia di sfollati, decine di aziende in ginocchio, chiese e campanili cancellati. Ad un mese dal quella seconda forte scossa l’Emilia in Emilia le parole d’ordine sono due: ricostruire e ricominciare. A Mirandola, Finale, Crevalcore e negli altri centri colpiti si lavora per ridurre ulteriormente le zone rosse, i sindaci chiedono a chi ha la casa agibile di lasciare le tende e ovunque si invoca un allentamento della burocrazia che permetta di tornare alla normalità in tempi brevi. La morsa della burocrazia, infatti, fa molto più paura di quella del caldo africano che con l’arrivo di Caronte è tornato ad infiammare le tendopoli. I sindaci della bassa attendono senza troppe illusioni il dirottamento, annunciato, ma ancora in bilico, sulle loro terre della tranche di luglio dei finanziamenti pubblici ai partiti. Il terremoto ha ferito una terra laboriosa ad alta concentrazione industriale che vuole ripartire ma che teme che la ripresa anche economica del territorio possa essere ostacolata dalle lungaggini burocratiche. Ieri a Sant’Agostino, il paese che il 20 maggio ha pagato il tributo più alto in vite umane, i commercianti sono scesi in strada per manifestare il proprio disagio per i lacci che bloccano la messa in sicurezza o l’abbattimento degli edifici pubblici che minacciano il centro cittadino.
Intanto nel modenese dove grandi aziende come la Bellco, simbolo del bio-medicale sono già tornate al lavoro, i big dell’economia locale, che ieri si sono riuniti a Cavezzo, rassicurano le comunità locali sulla loro volontà di non voler abbandonare i territori più colpiti dal terremoto. Anche chi ha scelto di delocalizzare la produzione parla di scelte temporanee e chiede misure e risorse per ripartire. I capannoni crollati e le aziende ferme rimarranno uno dei simboli di questo terremoto insieme ai tanti monumenti danneggiati. Sono 147 i campanili, icone di queste terre, che necessitano di essere messi in sicurezza.


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