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27 Aprile 31: forse fu questo l’ultimo giorno di Gesù. Tesi contrastanti

Le uniche certezze sull’effettiva data della morte di Gesù, sembrano essere l’ora e il giorno della settimana: tutti i vangeli concordano infatti sull’ora nona, ovvero le tre del pomeriggio, del venerdì, durante le feste collegate alla Pasqua ebraica (Pesach). Sulla data precisa invece da almeno due millenni si dibatte sulle scarne e diverse indicazioni fornite dagli stessi vangeli. I vangeli sinottici testimoniano infatti che Gesù morì proprio il giorno di Pasqua (15 nisan), mentre il Vangelo di Giovanni afferma invece che Gesù spirò il giorno precedente (14 nisan). Inoltre nessuno dei vangeli indica con precisione l’anno della crocifissione e della morte del Messia.

Le date su cui convergono maggiormente gli esegeti e gli studiosi delle Sacre Scritturesono il 27 Aprile dell’anno 31, oppure il 7 Aprile del 30 oppure ancora il 3 Aprile del 33.

Ancora più ampio l’arco temporale stabilito dagli storici, prescindendo dalle fonti teologiche, basandosi invece su autori decisamente più “laici”, come lo storico romano Tacito o, anteriormente, lo storico ebreo, contemporaneo, Giuseppe Flavio, che concordano nel citare Gesù in concomitanza con il consolato di Ponzio Pilato in Palestina, fra il 26 ed il 36 (o inizio del 37) d.C.

Un altro riferimento storico è dato dal sommo sacerdozio di Caifa, l’uomo che volle la morte di Gesù, sacerdozio che si sarebbe esteso dal 18 al 36 d.C.

In definitiva l’intervallo di tempo in cui sarebbe avvenuta la morte di Gesù spazierebbe quindi tra il 26 ed il 36 d.C.

Sulle modalità del processo e dell’esecuzione di Gesù esistono però rilievi contradditori da parte della critica “agnostica” alla tradizione cattolica.

Si rileva ad esempio che la crocifissione, al tempo, non era affatto praticata dagli ebrei, che eseguivano le proprie condanne a morte bruciando, lapidando o strangolando i condannati. La legge consentiva che soltanto un criminale già giustiziato fosse appeso ad un legno, come punizione addizionale. Per il Deuteronomio un cadavere appeso al legno era infatti “maledetto da Dio”.

La crocifissione era invece alquanto in voga da parte dei romani. Varo nel 4 a.C. crocifisse più di duemila persone. Florio nel 66 d.C. ne mise a morte in quel modo più di cinquecento al giorno. Nonostante tutte queste esecuzioni tramite la croce – migliaia di persone – fino ad oggi in tutto Israele è stato rinvenuto solo uno scheletro di un uomo crocifisso. La scoperta, fatta nel 1968 a nord di Gerusalemme, fece molto scalpore, anche perché si appurò che le ossa del giustiziato risalivano effettivamente al I secolo, cioè esattamente ai tempi di Gesù. Ma non si trattava di lui: il poveretto si chiamava Yehochanan, era alto 1,65, era stato ucciso fra i 24 ed i 28 anni di età. Il nome compariva nel suo ossario (e non aveva le gambe rotte, come avveniva di solito per abbreviare l’agonia dei condannati sulla croce).

La crocifissione oltre che una straziante e dolorosa pena capitale (l’intenzione dei romani era quella di non far morire i condannati troppo presto, ma di fornire un brutale esempio dissuasivo prolungato nel tempo, talvolta perfino alcuni giorni), voleva rappresentare anche una umiliazione pubblica. Una damnatio supplementare del condannato.

Per ritardare la morte dei condannati veniva offerto loro un sostegno, un pezzo di legno, all’altezza delle natiche e dei piedi, in modo che potessero sostenere di tanto in tanto il peso del loro corpo e respirare. Passati alcuni giorni se il condannato non era stremato e non aveva esaurito le proprie forze (rinunciando a sostenersi, finiva per darsi la morte per asfissia toracica), le guardie gli spezzavano le gambe, ed a quel punto la morte sopraggiungeva rapidamente.

Gesù, stando ai racconti evangelici, morì invece in poche ore, e senza che gli fossero rotte le gambe per affrettarne il decesso (come esclude espressamente Giovanni che scrive che quando vennero i soldati mandati da Pilato videro che Gesù era già morto, e se ne accertarono infilandogli una lancia nel costato, ma senza spezzargli le gambe; particolare che comunque Marco, Matteo e Luca non menzionano).

Il Vangelo di Marco sostiene comunque che perfino Pilato fu sorpreso della rapidità del trapasso, e domandò ad un centurione se tutto fosse a posto.

Ma allora come mai Gesù, secondo i racconti evangelici, morì così in fretta? La critica agnostica dei vangeli si domanda inoltre come mai Gesù fu condannato a morte in uno dei modi più lenti di uccidere una persona a poche ore di distanza dal sabbath, che non avrebbe mai potuto essere corrotto dalla disdicevole presenza di un cadavere sulla croce? Come potevano credere Caifa ed i membri del sinedrio che Gesù, crocifisso il Venerdì, sarebbe morto prima del tramonto, prima di Sabato, prima dello sabbath?

La risposta, ovvero il motivo del decesso insolitamente accelerato di Gesù sulla croce, potrebbe risiedere nel supplizio della fustigazione cui fu sottoposto prima del processo e della crocifissione (supplizio brutalmente descritto, con assoluta aderenza alla realtà delle pratiche romane, qualche anno fa (2004) nel film “Passion” di Mel Gibson).

La legge romana prevedeva che le frustate fossero al massimo 39; nessun Vangelo precisa in realtà se gli sia stato inferto il massimo dei colpi, o se addirittura i carnefici siano andati oltre quanto prescriveva la legge; Gesù doveva essere comunque abbastanza giovane e robusto per sopportare il flagello, come del resto ha poi dimostrato, sempre secondo i racconti evengelici, replicando con fermezza ai suoi accusatori durante il successivo processo-interrogatorio.
Nonostante ciò morì in appena tre ore, quando sulla croce normalmente occorrevano giorni, e senza che gli fossero spezzate le gambe.

A questo punto, sempre la critica agnostica, avanza il sospetto che gli evangelisti abbiano potuto e dovuto flettere la cronologia del racconto della passione e morte di Gesù Cristo alle necessità teologiche del tempo. La morte del Salvatore potrebbe in pratica essere stata “affrettata” nel racconto evangelico semplicemente per rispettare il sabbath.

Lo scrittore Steve Berry (L’Ultima Cospirazione, Editori Associati 2006), cui dobbiamo varie riflessioni di questo articolo, afferma a tale riguardo che i racconti dei Vangeli, sulle modalità della morte di Gesù e sulla sua successiva resurrezione, non solo sembrano contraddirsi fra di loro, ma contraddire anche la storia, la logica e la ragione.

Ci viene fatto credere – scrive Berry – che un uomo crocifisso morì in sole tre ore, e che poi gli fu conferito l’onore della sepoltura.

Di tutte le decine di migliaia di morti crocifissi, solo uno scheletro, come dicevamo prima, è stato ritrovato. La ragione principale è che al tempo di Gesù le vittime della crocifissione venivano lasciate appese finchè le loro ossa non erano ripulite dagli uccelli che ne strappavano le carni. Solo allora i loro resti venivano gettati in una fossa comune. A quei tempi la sepoltura individuale era considerata un onore.

Il senso preciso di questa rappresentazione dei fatti, da parte degli evangelisti, si spiega, secondo Berry e gli altri autori agnostici, nel bisogno di proselitismo della Chiesa stessa, proselitismo che necessitava di elevare ad uno stato divino la figura centrale della nuova teologia, vale a dire Gesù stesso. Un’elevazione che – sempre secondo la critica agnostica – veniva descritta secondo canoni già familiari alla popolazione di quei tempi, ovvero i canoni della religione egizia: Osiride, consorte divino di Iside, era morto per mano di un demone il Venerdì, ed era risorto dalla morte tre giorni dopo. Un racconto mitologico che allora moltissimi conoscevano. Perché, si chiede Barry, non avrebbe potuto farlo anche Gesù? L’unica fattore necessario per inverare la credenza della resurrezione di Cristo era la disponibilità di una tomba ed un corpo identificabili. “Nessuno scheletro scarnificato dagli uccelli e gettato in una fossa comune, sarebbe servito allo scopo. Ecco spiegata la sepoltura!”, sempre secondo Steve Berry (op. cit.).

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AGENDA STORICA DEL 27 APRILE

1667: Cieco e in miseria, John Milton si vede costretto a vendere per 10 sterline il diritti d’autore del suo poema “Il Paradiso Perduto”.

1840: A Londra viene posata la prima pietra del Palazzo di Westminster.

1901: Prende il via il Giro Automobilistico d’Italia di 1642 km, che vengono completati da sole 27 vetture. Il vincitore, a 47 km all’ora di media, è Giovanni Agnelli su una vettura di sua costruzione.

1945: Hanno termine le pubblicazioni del Volhischer Beobachter, il giornale ufficiale del Partito Nazista.

1950: Gerard Blitz fonda il Club Mediterranee.

2006: Secondo attentato mortale contro le truppe italiane, a Nassirya in Iraq. Nel primo attentato (12 Novembre 2003) erano morte 28 persone (19 italiani e 9 iracheni). Nell’attentato odierno perdono invece la vita quattro militari italiani ed un soldato rumeno. Nel 2006 ci sarà, nella stessa zona, un terzo attentato mortale, con l’uccisione di un altro soldato italiano.

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COMPLEANNI E LUTTI

Il 27 Aprile nascono il truffatore americano Frank Abbagnale arrestato e poi “arruolato” dal governo federale per scoprire altre truffe bancarie e assicurative (1948); il produttore Vittorio Cecchi Gori (1942), il giornalista televisivo Riccardo Iacona (1957), il cantante Lelio Lutazzi (1923), l’inventore del telegrafo Samuel Morse (1791-1872), la pornostar Moana Pozzi (1961-1994), il comico Renato Rascel (1912-1991), il filosofo inglese Herbert Spencer (1820-1903).

Nello stesso giorno ci lasciano per sempre il saggista e predicatore americano Ralph Waldo Emerson (1803-1882) ed il politico italiano Antonio Gramsci (1891-1937).


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