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26 Maggio: il compleanno di due grandi corse, Indianapolis e Le Mans

Condividono lo stesso giorno di “battesimo” le due corse automobilistiche più leggendarie del mondo: la “500 Miglia di Indianapolis” nata il 26 Maggio 1911, e la “24 Ore di Le Mans” disputata per la prima volta il 26 Maggio 1923.
La “500 Miglia di Indianapolis” si svolge tradizionalmente in concomitanza con il Memorial Day, si tratta quindi di un evento fortemente radicato negli usi e costumi americani, non meno dell’altrettanto famoso “Superbowl” di football, stando agli altissimi indici di ascolto televisivi.
Per una decina d’anni (fra il 1950 ed il ’60) la corsa nel celebre “catino” dell’Indiana (dalla tipica forma ovale del circuito) è stata valida anche per il Campionato Mondiale di F1, ma l’integrazione fra i due tipi di vetture e di concezione delle corse non è mai andata oltre.
Alla gara americana partecipano normalmente 33 vetture, disposte al via in 11 file di tre vetture ciascuna. Lo “start” viene dato con una spettacolare partenza lanciata, dopodiche le auto devono inanellare 200 giri del tracciato ovale (una volta lastricato in mattoni, oggi naturalmente tutto asfaltato, tranne una breve linea sul traguardo nella quale affiora l’antica pavimentazione di mattoni) fino a percorrere appunto 500 miglia (804 chilometri).

Per tradizione il pilota vincitore bacia la linea dei vecchi mattoni sul traguardo. Una tradizione “aperta” dal pilota Dale Jarret nel 1994 al termine di una gara Nascar (altra formula, turismo, ospitata dal circuito), ripresa da Gil De Ferran, vincitore della 500 Miglia del 2003, e da allora rinnovata da tutti i vincitori della mitica corsa.
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Il premio per ogni vincitore, fin dal 1932, è la stessa pace-car (o safety car) con la quale viene data la partenza lanciata. Questo tranne in alcune edizioni degli Anni Quaranta in cui la macchina fu sostituita da un quadro e da un viaggio in Italia. Putroppo il primo vincitore di quel viaggio, George Robson, non potè usufruirne perché morì in un incidente di corsa prima della partenza per l’Italia.

Ed a proposito di Italia, la 500 Miglia di Indianapolis fu sempre un cruccio per il “Drake” Enzo Ferrari che non potè mai schierare una propria vettura (tranne in una sola occasione), né vincere la celebre corsa americana, come fece invece con successo il suo grande avversario inglese, Colin Chapman, vincitore con la Lotus ed il grande Jim Clark dell’edizione 1965.

Solo pochi anni prima di morire Enzo Ferrari avviò un progetto per la conquista di Indianapolis, venne in effetti costruita anche una vettura predisposta per la gara americana, ma il progetto si arrestò in officina per vari motivi. Nell’albo d’oro di Indianapolis figurano comunque due vittorie di un’altra auto italiana conterranea della Ferrari: si tratta della Maserati di Wilbur Shaw, vincitore nel 1939 e 1940.
In questi ultimi anni c’è però da sottolineare che la presenza di tecnologia italiana nella “500 Miglia di Indianapolis” si è fatta più importante e costante, dal momento che gran parte delle scocche delle vetture Indy vengono prodotte dall’italiana Dallara, vincitrice di tutte le edizioni, tranne due, dal 1988 ad oggi.

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Se la “500 Miglia di Indianapolis” segna la storia delle vetture monoposto, quella delle auto sport e turismo è invece legata all’altra grande “classica” francese: la “24 Ore di Le Mans”, gara di durata che si svolge sul Circuit de la Sarthè dal 1923.
Tradizionalmente la “24 Ore” si svolge nel mese di Giugno, con poche eccezioni nella sua lunga storia: nel 1956 venne corsa in Luglio e nel 1968 in Settembre (in seguito ai moti studenteschi del Maggio francese). Le uniche interruzioni si sono avute nel 1936 (per difficoltà economiche) e nel periodo bellico.
Ogni equipaggio che partecipa alla “24 Ore” attualmente è composto da tre piloti. In passato ne erano permessi solo due. Mentre in origine era consentita la partecipazione anche di un solo pilota per auto. E ci fu anche chi, guidando da solo per 24 ore, arrivò vicinissimo alla vittoria, come il francese Pierre Levegh che, nel 1952, perse la gara che stava dominando per un suo errore nell’ultima ora della corsa. Una vittoria in solitario fu sostanzialmente quella di Luois Rosier, nel 1950, sostituito per soli due giri dal figlio Jean Luis.


Una caratteristica particolare della grande corsa francese era la cosiddetta “partenza Le Mans”, con le auto schierate tutte su un lato della strada, ed i piloti, a piedi, sul lato opposto. Al via gli stessi piloti dovevano attraversare la pista di corsa, balzare dentro la vettura e partire (sgommando e tagliandosi reciprocamente e pericolosamente la strada). Questa procedura faceva però sì che nella concitazione i piloti non si allacciassero le cinture di sicurezza (che avrebbero richiesto, fra l’altro, l’assistenza di un meccanico), e corressero così l’intero primo turno di guida. A contestare per primo questo sistema fu platealmente il pilota Jackie Ickx, che alla partenza del 1969 attraversò ostentatamente adagio la pista, entrò nella sua vettura quando praticamente tutti gli altri concorrenti erano già partiti, si allacciò con calma le cinture di sicurezza, e prese quindi il via… per andare poi a vincere la gara, sia pure con soli 120 metri di vantaggio sul secondo classificato. Dopo questo episodio la “partenza Le Mans”, a partire dal 1970, venne integralmente modificata, ed oggi le vetture compiono una partenza lanciata simile a quella di Indianapolis (anche se la vecchia tradizione di Le Mans è ancora oggi il motivo per cui le Porsche hanno l’accensione sulla sinistra anziché sulla destra del volante: quando si partiva alla vecchia maniera il pilota poteva così avviare più rapidamente la vettura, con la sinistra, e contemporaneamente innestare la marcia, con la destra).

A Le Mans è purtroppo collegato anche il ricordo di uno dei più gravi incidenti della storia degli incidenti automobilistici: durante l’edizione del 1955 le Mercedes Benz di Pierre Levegh stava inseguendo la Jaguar di Mike Hawthorn; proprio sul rettilineo d’arrivo quest’ultimo sorpassò una Austin Haeley più lenta e compì una brusca sterzata per rientrare nei box sulla destra. L’Austin fu così costretta a spostarsi a sinistra, dove però stava sopraggiungendo a velocità molto più sostenuta la Mercedes del pilota francese. L’impatto fu inevitabile. Nell’urto la Austin fu scaraventata sulle tribune, dove si disintegrò uccidendo 80 spettatori e ferendone molti altri. La gara fu fatta comunque proseguire per evitare che il pubblico intasasse le vie d’uscita del circuito, ostacolando il via vai delle ambulanze. La vittoria andò allo stesso Hawthorne ed alla sua Jaguar che involontariamente avevano innescato la dinamica dell’incidente, mentre al Mercedes (che avevano fra i propri piloti Stirling Moss e Jan Manuel Fangio) ritirò le restanti vetture in segno di lutto per le vittime. Ed in seguito la stessa Mercedes decise di ritirarsi da tutte le competizioni.

Alla fine degli Anni Sessanta la “24 Ore di Le Mans” è stata anche il teatro della sfida fra il Golia dell’industria automobilistica, l’americana Ford, ed il piccolo Davide nostrano, la Ferrari. Dopo diverse vittorie della Ferrari, il Golia americano, indispettito dal rifiuto di Enzo Ferrari alle sue proposte di acquisto, volle impegnarsi a fondo per “umiliare” il cavallino. Cosa che in parte riuscì con l’arrivo in parata di tre Ford GT 40 Mk IV, nell’edizione del 1966.
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La Ferrari rese però pan per focaccia alla Ford replicando l’arrivo vittorioso di tre sue vetture nella “tana del Leone”, alla “24 Ore di Daytona” 1967 negli Stati Uniti.
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Un altro evento storico legato alla “24 Ore di Le Mans” è stato, nel 2003, la prima vittoria di un motore diesel in una corsa di assoluto prestigio internazionale: in questo caso l’Audi R10 guidata da da Emanuele Pirro, Frank Biela e Marco Werner.
La “24 Ore di Le Mans” ha comunque rappresentato uno dei più probanti test di sviluppo per l’automobilismo, lo testimonia il fatto che mentre il primo equipaggio vincitore (Lagache-Leonard su un’auto Chenard & Walcker), nel 1923 percorse 128 giri, per un totale di 2.209 chilometri, alla media di 92 km orari; nell’ultima edizione disputata (Giugno 2009) la vettura vincente – la Peugeot Sport dell’equipaggio David Brabham, Marc Genè ed Alexander Wurtz – di giri ne ha percorsi ben 382, per un totale di 5.206 chilometri, alla media di 216 km orari.

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AGENDA STORICA DEL 26 MAGGIO

1538: Giovanni Calvino viene espulso da Ginevra.

1805: Napoleone si fa incoronare Re d’Italia nel Duomo di Milano. Per il rito viene usata, per l’ultima volta dal regno longobardo, la storica Corona Ferrea.

1897: Esce nelle librerie di Londra il romanzo gotico “Dracula” di Bram Stoker.

1969: Il Beattle John Lennon e la compagna Yoko Ono danno vita per la seconda volta ad un bed-in per la pace.

1986: E’ blù, con stelle gialle, una per ogni stato aderente: viene ufficializzata con queste caratteristiche la nuova bandiera dell’Unione Europea.

2002: La sonda americana Mars Odyssey trova tracce di ghiaccio su Marte.

2004: Mea culpa del New York Times: il giornale americano si scusa con i lettori per la “pazialità” dei suoi articoli e per lo scarso impegno nel ricercare riscontri approposito delle armi di distruzione di massa attribuite all’Iraq di Saddam Hussein. Articoli che hanno contribuito a creare un’opinione pubblica favorevole alla Guerra in Iraq iniziata l’anno prima.
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COMPLEANNI E LUTTI

Il 26 Maggio sono nati il conduttore Tv Mike Bongiorno (1924-2009), l’economista Renato Brunetta (1950), il jazz man Miles Davis (1926-1991), lo scrittore Bruno Gambacorta (1937), il medico statunitense Jack Kevorian (1928) sostenitore e praticante l’eutanasia, il cantante Lenny Kravitz (1964), il compositore Nicola Piovani (1946), il calciatore Luca Toni (1977), l’attore John Wayne (1907-1979).

Nello stesso giorno ci lasciano il filosofo Martin Heidegger (1889-1976) ed il regista Sydney Pollack (1934-2008).


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